Cronaca Lugo

Rissa al Pavaglione, giovane ferito con cocci di vetro: 20enne denunciato

Sono in corso gli accertamenti per l’individuazione degli altri partecipanti alla rissa

La Polizia di Stato ha denunciato un 20enne italiano per i reati di rissa e lesioni personali. Nella tarda serata di sabato è pervenuta sulla linea di emergenza 112 del Commissariato di Lugo una segnalazione per una rissa tra cittadini italiani e stranieri in corso all’interno del Pavaglione di Lugo. All’arrivo degli agenti la rissa si era già conclusa e i partecipanti che vi avevano preso parte si erano dileguati.

Dopo la mezzanotte, però, è giunta alla sala operativa del Commissariato una ulteriore segnalazione per una rissa in corso nel medesimo luogo. Nonostante l’immediato intervento degli agenti del Commissariato e dei militari della compagnia Carabinieri di Lugo, nessuno dei partecipanti alla rissa era presente sul posto. In seguito agli accertamenti effettuati sono iniziate le ricerche di Polizia e Carabinieri, che si sono concluse poco dopo con il rintraccio di un’auto con a bordo alcuni giovani. Uno dei passeggeri è stato identificato per un 20enne italiano, la cui descrizione corrispondeva a quella di un giovane che durante la rissa aveva ferito, anche con dei cocci di vetro, un altro 20enne procurandogli delle lesioni giudicate guaribili in 10 giorni.

Pertanto, il giovane è stato denunciato all’Autorità Giudiziaria per i reati di rissa e lesioni personali. Polizia e Carabinieri hanno proceduto all’identificazione di alcuni giovani e sono in corso gli accertamenti per l’individuazione degli altri partecipanti alla rissa.

"Ho avvertito grande angoscia quando l'altra mattina sono stato informato della rissa tra giovani ragazzi avvenuta nel Pavaglione - commenta il sindaco di Lugo Davide Ranalli - Il fatto avviene dopo che la scorsa settimana un altro episodio grave era avvenuto sempre nel nostro quadriportico, con un danneggiamento a una vetrina di importante attività commerciale della nostra città. Il tema della sicurezza, dunque, torna a riempire le colonne dei nostri giornali locali e il dibattito pubblico da, molto, per taluni forse troppo tempo, monopolizzato dalla pandemia e dalle sue conseguenze. Finalmente, sempre per qualcuno, si potrà nuovamente brandire una vecchia bandiera ammainata e ricercare, nell'amministrazione o, più semplicemente, nel sindaco il signor Malaussène che diventa capro espiatorio, complice e mandante morale delle risse. È una lettura assai semplicistica e che, tuttavia, piace. Faccio il sindaco e so, da ormai diversi anni,  quali sono le responsabilità che ho e quali gli strumenti da adottare ma so, altrettanto bene, quali sono i limiti e le difficoltà che ogni giorno incontriamo per rendere attuabili le cose che vogliamo fare. Questo per molti potrebbe rappresentare una sorta di rassegnazione ma, chi mi conosce lo sa, non sono abituato ad abbattermi di fronte alle difficoltà e anzi, conscio delle mie responsabilità, ho sempre cercato di muovermi per arrivare all'obiettivo. Credo, con buona pace di chi dalla finestra si limita a commentare, ci riusciremo anche questa volta.  Su un punto però mi voglio soffermare perché lo ritengo il perno attorno al quale far gravitare le risposte alle inquietudini che ci attraversano dopo questi fatti: quando la responsabilità dei singoli diventa responsabilità collettiva? Ovvero quanto lavoro c'è da fare per costruire un senso di comunità che diventi l'antidoto vero alla solitudine, alla noia, alla ricerca dell'emozione a costo di ferie e di farsi ferire che attraversa una generazione senza riferimenti che la pandemia ha relegato, ancora una volta ai margini. Senza una lettura approfondita di questo avremmo solo, nei migliori dei casi, una colpa da distribuire; nel peggiore, invece, una morbosa volontà che le cose accadano nel male per poter dire che serviva fare qualcosa in più".

"Mi guardo intorno e vedo sparatorie e pochi chilometri da qui - continua Ranalli - Penso a Rimini, dove si è consumata poche ore una fa una tragedia e penso a quanto parlare abbiamo fatto di sicurezza e quanti provvedimenti abbiamo preso, quanti ne prenderemo, quante telecamere abbiamo installato e quanta gente abbiamo sperato venisse presa e punita... tutto giusto, è compito nostro. Ma forse è arrivato anche il tempo di chiederci quante volte abbiamo guardato negli occhi quei ragazzi, quanto sappiamo delle loro famiglie, di come vanno a scuola, di come passano il tempo dopo la scuola. Ma di questo non occorre occuparsene sono cose da buonisti e chissà perché oggi di buonismo ce ne sarebbe tanto bisogno in mondo che si è reso alla cattiveria".

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