Economia

Confesercenti: "Vendite stagnanti, nei primi mesi del 2017 quasi 400 aziende in meno"

"I dati Istat sul commercio ci consegnano ancora una volta un quadro deludente". A rivelarlo è Confesercenti Ravenna, che dopo aver registrato un febbraio fortemente negativo, a marzo non ha osservato alcuna inversione di tendenza

"Vendite ancora al palo. I dati Istat sul commercio ci consegnano ancora una volta un quadro deludente". A rivelarlo è Confesercenti Ravenna, che dopo aver registrato un febbraio fortemente negativo, a marzo non ha osservato alcuna inversione di tendenza, con le vendite sostanzialmente stagnanti sul mese e in calo sull’anno, con un crollo dell’1,4% del volume. "Complessivamente, anche il bilancio dei primi tre mesi è meno positivo di quanto possa apparire: le vendite sono cresciute rispetto al trimestre precedente soprattutto in valore (+0,7%), grazie alla spinta dell’inflazione; i volumi sono rimasti invece piatti o quasi (+0,1%). E la crescita ha riguardato soprattutto le grandi superfici: i piccoli, nonostante il mini-rimbalzo di marzo, nel primo trimestre hanno perso un ulteriore 0,7%".

Dati confermati in provincia di Ravenna, che segna nel primo trimestre dell’anno un altro saldo negativo nel commercio e nei pubblici esercizi ancora più negativo del primo trimestre 2016. "Si registrano 92 aziende in meno rispetto a fine 2016 nel commercio e 17 in meno nei pubblici esercizi. Sul totale di 366 aziende registrate in meno al registro Imprese della Camera di commercio industria, artigianato e agricoltura, il commercio, dopo l’agricoltura (-150), è il settore più penalizzato. Sempre nel primo trimestre dell’anno hanno chiuso 239 aziende nel commercio (aperte 114) e 76 nel turismo (aperte 36)". Ed è proprio la ripresa dell’indice dei prezzi, dovuta in primo luogo all’aumento dei beni energetici, a costituire il maggiore elemento di preoccupazione per il futuro. "In assenza di una crescita economica sostenuta, il riaffacciarsi dell’inflazione ha già iniziato a far sentire i suoi effetti sul potere d’acquisto delle famiglie e potrebbe portare ad una nuova riduzione complessiva dei consumi, con inevitabili conseguenze su Pil e conti pubblici. Per invertire la tendenza, proponiamo di mettere in campo misure di stimolo per la domanda interna, anche utilizzando la leva fiscale: si potrebbe, ad esempio, ipotizzare una deduzione del 50% dall’imponibile Irpef, di carattere temporaneo, per le spese in beni durevoli e semidurevoli delle famiglie. Un intervento a costo zero o quasi per l’Erario, che potrebbe recuperare il gettito perduto attraverso l’Iva pagata sull’intero importo. E insieme misure per limitare lo sviluppo della grande distribuzione che continua invece a crescere".

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