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Giovedì, 6 Ottobre 2022
Economia

Confindustria Romagna, Ottolenghi: "Puntiamo sul porto di Ravenna, non sui capannoni"

La settimana scorsa il Comune di Ravenna ha annunciato una parziale dismissione delle sue partecipazioni per finanziare le attività istituzionali a favore dei cittadini e delle imprese.

La settimana scorsa il Comune di Ravenna ha annunciato una parziale dismissione delle sue partecipazioni per finanziare le attività istituzionali a favore dei cittadini e delle imprese. Confindustria ha espresso la propria piena condivisione di questa scelta auspicando che in futuro altri passi possano essere fatti in questa direzione.

La proprietà pubblica di beni economici genera alterazioni nella concorrenza, inefficiente allocazione delle risorse e altre distorsioni, e benché in taluni casi l’intervento pubblico possa avere delle giustificazioni, i cittadini hanno imparato ad avere qualche sano dubbio quando i loro soldi vengono investiti in attività non chiaramente collegate alla missione pubblica. In tale contesto è opportuna una riflessione sul dibattito sugli espropri relativi al Porto di Ravenna che va svolgendosi in questi giorni sui giornali. Il porto è una delle principali industrie del nostro territorio, dà lavoro a migliaia di famiglie, e la sua competitività è legata tra l’altro ai suoi fondali che da molti anni non solo non vengono adeguati alla concorrenza, ma anzi sono soggetti ad insabbiamento senza che si faccia più manutenzione. Di qui l’urgenza sempre più impellente per un intervento incisivo, che favorisce anche programmi di ulteriore investimento e sviluppo. Di tale missione è incaricata l’Autorità Portuale che da tre anni sta cercando di districarsi nel pur complesso groviglio di regole e vincoli associati alle attività di escavo. Gli operatori di Confindustria hanno sempre sostenuto in molti modi questo obiettivo, tra l’altro investendo 200.000 € per il progetto preliminare. Abbiamo più volte ricordato che proprio le sabbie di escavo, che quasi ovunque al mondo sono considerate una preziosa risorsa per altre opere pubbliche, da noi sono disciplinate da normative contraddittorie che, senza dare alcuna tutela ulteriore ai cittadini, li aggravano di costi di gestione degli escavi, più o meno elevati a seconda dei porti.

Accanto al complesso ma meritorio progetto di escavo, l’Autorità Portuale ha sviluppato un progetto immobiliare di costruzione di una delle più vaste piattaforme logistiche d’Italia, su ben 220 ettari di terreni non collegati tra loro e in corso di esproprio, definendola una priorità pubblica non attuabile dai privati poiché non economica. Che una ingente e crescente somma di denaro dei cittadini debba essere indirizzata a fare 220 ettari di capannoni, tra l’altro a discapito dello sviluppo portuale, ci appare incomprensibile e sbagliato. Inoltre desta angoscia il disinvolto ed esteso uso dell’esproprio, che è uno strumento estremo nella tutela dell’interesse pubblico, poiché esso sopprime un diritto fondamentale, quello della proprietà privata. Ciò a maggior ragione in un’epoca in cui lo Stato tende a cedere e non ad accrescere le aziende e i beni immobili accumulati negli anni in cui il debito pubblico è cresciuto fuori controllo, rendendoci oggi più poveri.

Anche se la ragione dichiarata dall’Autorità Portuale per dare veste di priorità pubblica ai costosissimi espropri è un faraonico e non economico progetto logistico, probabilmente in tale decisione pesa molto la convinzione che questo strumento consenta di superare le tante difficoltà altrimenti esistenti nel temporaneo o definitivo collocamento delle sabbie di escavo. Ma le sabbie sono le stesse, sia che vengano collocate su terreni privati che su terreni espropriati. Non così le implicazioni per la collettività e per l’industriosità della città. Infatti gli espropri hanno tempi lunghi, rischiano di ritardare i dragaggi e dirigono soldi pubblici su attività di magazzinaggio che non sono tipiche del pubblico. Inoltre sottraggono al mercato la gran parte dei terreni produttivi della nostra città, affidandoli ad un ente pubblico. Ora, anche immaginando che l’ente pubblico sia un arbitro neutrale e non influenzato dalla politica e dagli interessi nel gestire queste aree in futuro, è certo che le gestirà con le lungaggini e i vincoli tipici dell’amministrazione pubblica, che sono inadatti alle attività economiche.

Si tratta insomma di una questione che non solo ha grandi implicazioni di costo per la collettività, ma anche un impatto strategico di lunghissimo periodo per la nostra città. Anche qualora fosse la migliore delle soluzioni possibili, e come Confindustria esprimiamo dubbi al riguardo, essa non dovrebbe avvenire nella segretezza ma, proprio per la sua natura profondamente politica, nel miglior senso di questo termine, dovrebbe avere un momento di dibattito pubblico il più aperto ed onesto possibile.

Guido Ottolenghi
Presidente Confindustria Romagna

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