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Ancisi: "Il porto risorga dai suoi fanghi. Si riparta dal progetto del piano regolatore 2007"

Nota- Questo comunicato è stato pubblicato integralmente come contributo esterno. Questo contenuto non è pertanto un articolo prodotto dalla redazione di RavennaToday

Il Progettone del porto ravennate è morto. Che fosse in coma profondo era stato riconosciuto in conferenza stampa il 6 agosto scorso dal presidente dell’Autorità portuale Di Marco, che il Progettone, per la verità, aveva ereditato in blocco dal suo predecessore. Il “sequestro”, da parte della Procura di Ravenna, di tutta la documentazione originale del Progettone, avvenuto venerdì 11 settembre a Roma, ne ha decretato di fatto la morte fisica. Insieme al Progettone da 220 milioni solo per il 1° e 2° stralcio, sparisce il progetto da 100 milioni con cui i terreni agricoli di Porto Fuori sarebbero stati coperti dai fanghi portuali e poi cementificati di ogniché.

Defunge anche il megalomane nuovo terminal container da 200 milioni (“in funzione dal 2016”, dicevano), per arrivare al quale, in largo Trattaroli, si sarebbe voluto scavare la prima metà del porto-canale fino 14 metri e mezzo, addirittura 15 e mezzo nel canale di accesso e nella curva di Marina di Ravenna. Questo risultato si deve allo smascheramento di due grandi inganni, messi in piena luce dal sottoscritto alla Procura: la trasformazione urbanistica abusiva dei terreni agricoli di Porto Fuori in industriali-portuali e la mancanza totale della prescritta Valutazione d’Impatto Ambientale (VIA) sui 2.769.045 metri quadrati di terreni agricoli che il Progettone avrebbe voluto coprire di fango ed urbanizzare (quelli di Porto Fuori e della zona Romea Nord-Bassette sud-sud). La Procura ha messo su questo un punto fermo. Ma il salto di qualità delle indagini giudiziarie, da Ravenna a Roma, può significare che il Progettone era immerso nel gorgo delle Grandi Opere, in cui, secondo le clamorose inchieste penali avutesi in Italia, si sarebbe incardinato il sistema corruttivo che ne organizzava la gestione degli appalti. Lo stesso Di Marco mi ha dato atto dei “tanti conflitti di interesse che proprio il Progettone ha portato allo scoperto”. Sono questi che hanno incagliato il porto nei fanghi, finanche al suo ingresso. Si sono persi tre anni. Ma ora il porto può e deve risorgere dai suoi fanghi. 

LA BUONA STRADA
“Il 21 ottobre - ha annunciato Di Marco - presenteremo in Comitato portuale il progetto di rimodulazione del progetto hub”, ex Progettone. Ma la strada perché il porto risorga finalmente dai suoi fanghi è esattamente quella il cui percorso, incessantemente proposto in solitudine da Lista per Ravenna, può essere soltanto il seguente: 
1. Eliminare il folle terminal container in Largo Trattaroli, giacché i terminal esistenti, da sempre impegnati per poco più della metà del potenziale, bastano e avanzano per ogni ragionevole previsione di sviluppo del porto.
2. Ridurre a 12,5 metri l’approfondimento del porto-canale, anch’essa più che sufficiente: vuol dire spendere meno della metà dei 220 milioni del Progettone, milioni di metri cubi di fanghi in meno da rovesciare per ogni dove e costosissimi espropri non più necessari; 
3. Riprendere il progetto definitivo “Piano Regolatore Portuale (PRP 2007)-Opere connesse”, che era operativo fin dal 19 maggio 2012, ma che è stato assurdamente accantonato sette giorni dopo con la pubblicazione del Progettone preliminare.
4. Secondo tale progetto, i siti utilizzabili, tutti muniti della VIA, del Rapporto sulla sicurezza e di ogni altra autorizzazione, sono soprattutto le Logistiche portuali 1 e 2 (circa mq 650.000), da cui occorre però tener fuori le poche migliaia tuttora coltivate che resistono all’esproprio e all’offerta di soldi o che sono ubicate in prossimità di case abitate. Oltre la metà di tali terreni è della SAPIR, società a maggioranza politica pubblica. Ogni ulteriore resistenza di questa società a mettere la sua parte a disposizione degli interessi generali del porto sarebbe dunque inevitabilmente addebitabile al PD, dominus della politica locale e regionale. Altrettanto utilizzabili come sopra sono il  terreno incolto a nord delle Bassette di proprietà dell’Autorità Portuale (mq 120.000); la cava Bosca (e forse la Morina).            
Non è possibile discutere il progetto di realizzazione di due casse di colmata nell’avamporto, all’interno delle dighe foranee, perdurando l’assenza di una Valutazione di Impatto Ambientale (VIA) e dello specifico Rapporto sulla sicurezza previsto dalla legge sui porti. 

Alvaro Ancisi, capogruppo di Lista per Ravenna
 

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