Martedì, 19 Ottobre 2021
Economia

Lavoro precario, a Ravenna esplode il ricorso ai voucher. L'allarme della Cgil

La Camera del Lavoro fa partire una campagna di comunicazione per il "Sì" ai quesiti referendari che chiedono, tra l'altro, l'abrogazione dei voucher.

Nell’attesa che venga decisa una data per le votazioni, la Cgil fa partire una campagna di comunicazione per il “Sì” ai quesiti referendari che chiedono l’abrogazione dei voucher e delle norme che limitano la responsabilità solidale negli appalti.

In provincia di Ravenna si è costituito il gruppo di Sostegno ai due Sì. Per ora è formato dai componenti della segreteria provinciale, dai segretari generali di categoria e dai coordinatori di area della Cgil. Il gruppo di sostegno è aperto all’adesione di personalità del territorio. Si andranno a costituire altri gruppi di sostegno nei comuni del Ravennate. Sul territorio la Cgil organizzerà degli incontri con le forze politiche, economiche e sociali per illustrare le ragioni dei referendum e l’importanza di votare Sì.

La data del referendum non è ancora decisa, intanto però la corte costituzionale ha ritenuto inammissibile il terzo quesito proposto dalla Cgil, quello finalizzato ad abrogare le modifiche apportate con il Jobs Act all’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori sui licenziamenti. “Guardiamo avanti - commenta Costantino Ricci, segretario generale della Cgil di Ravenna -, forti degli oltre tre milioni di firme raccolte a favore dei quesiti referendari. La Cgil entra nel merito di due questioni molto importanti. I voucher sono l’ultima frontiera del precariato. Siamo di fronte a un non lavoro contrattuale. I buoni lavori sono nati con la finalità di retribuire le prestazioni occasionali; ma a tutti gli effetti sono diventati uno strumento che ha sostituito il lavoro in tutte le attività produttive. Il risultato è che abbiamo un esercito di lavoratori senza alcun diritto, alcuna tutela previdenziale e alcun rapporto di lavoro. E’ di fatto precarizzazione legalizzata. Di fronte a questo stato delle cose, la Cgil chiede l’abrogazione dei voucher”.

Il secondo grande tema riguarda gli appalti: “Abrogare le norme che limitano la responsabilità solidale negli appalti significa impedire che ci siano differenze di trattamento tra chi lavora nell’azienda committente e chi in un’azienda appaltatrice o in un’azienda in sub-appalto. Mettendo il Sì sulla scheda, si riafferma il principio che tutti i lavoratori che operano negli appalti devono vedersi riconosciuti gli stessi diritti e le stesse tutele. Ciò significa difendere i diritti di coloro che sono coinvolti nei processi di esternalizzazione, assicurando la tutela dell’occupazione nei casi di cambi di appalto e contrastando le pratiche di concorrenza sleale. Se dovesse vincere il Sì, il committente sarebbe chiamato a rispondere delle violazioni commesse dalle imprese appaltatrici nei confronti dei lavoratori. Risponderebbe altresì in solido per quello che succede nel subappalto sia in termini retributivi, previdenziali, normativi e non meno importante sulla sicurezza sul lavoro”.

La Cgil sarà impegnata in una grande campagna nazionale a sostegno dei due Sì. “Ci auguriamo che il dibattito innescato nel paese - conclude Ricci - possa essere da stimolo per la politica nazionale per l’avvio di una discussione sulla Carta dei diritti universali del lavoro, che è stata presentata in Parlamento come disegno di legge di iniziativa popolare, per la quale la Cgil ha raccolto oltre un milione e 300mila firme. Si tratta di una carta di rango costituzionale che rimette al centro il lavoro assicurando dignità e diritti in un sistema dove le disuguaglianze sono diventate la norma. La Carta vuole intervenire migliorando la condizioni di tutti i lavoratori, anche quelli con rapporti di lavoro autonomo e pseudo autonomo definendo un articolato di legge che preveda per tutti i diritti fondamentali e le tutele necessarie”.

VOUCHER - Il fenomeno dell’utilizzo del buono-lavoro è ormai dilagante sul nostro territorio come nel resto dell'Emilia Romagna e dell'Italia più in generale.
Nel 2016 in provincia di Ravenna sono stati venduti oltre 1.800.000 voucher, il 17% in più rispetto al 2015, addirittura il triplo dei 600.000 venduti nel 2013. Una crescita esponenziale nei numeri e selvaggia nelle modalità. Basti pensare che il 40% dei buoni venduti in provincia sono utilizzati per attività “non classificate”, ovvero non previste dalla “maschera” di inserimento dati in fase di attivazione del voucher. Maschera che era stata implementata prima della progressiva liberalizzazione e de-regolamentazione del 2012, che ha portato all’attuale situazione, incontrollata ed incontrollabile. Se il 40% dei voucher venduti non vengono utilizzati per tali attività (che, ricordiamolo, ricomprendono settori non certo marginali in provincia, come il turismo ed il commercio) risulta ovvio che, per esclusione, gran parte delle “attività non classificate” siano in realtà legate all’industria e all’edilizia, dove i cosiddetti “voucheristi” si trovano loro malgrado ad essere strumento di dumping contrattuale nei confronti non solo dei lavoratori più stabili, ma anche di altri lavoratori precari, come ad esempio gli interinali ed i somministrati.

APPALTI - Per dare una rappresentazione numerica, ancorché non esaustiva, sulla valenza economica del fenomeno degli appalti per il tessuto economico, produttivo e sociale della provincia di Ravenna, possiamo avvalerci dei dati diffusi dall'Osservatorio regionale dei contratti pubblici di lavori, servizi e forniture sulle aggiudicazioni di appalti pubblici (affidamenti) relativi al primo semestre 2016.

Su un totale di oltre 72 milioni di euro di affidamenti provenienti da centrali appaltanti pubbliche della provincia di Ravenna, oltre 42 milioni e mezzo riguardano i servizi (79 appalti), 16 e mezzo i lavori pubblici (di cui 5 relativi all'edilizia e 11,5 alle infrastrutture) suddivisi in 86 appalti e 13 le forniture (37 aggiudicazioni).

La distribuzione di questi appalti sul territorio provinciale evidenzia un comprensibile sbilanciamento sulla zona di Ravenna, a causa anche dei bandi di gara riguardanti l'intera provincia e indetti da enti territorialmente facenti capo al capoluogo, come la Provincia o Hera.

Ovviamente ognuno di questi appalti mette in moto un meccanismo di ulteriori appalti e sub-appalti all'interno dei quali si annidano i meccanismi perversi per i lavoratori, come le note vertenze sorte anche negli ultimi giorni sul nostro territorio portano alla luce.

Altro mondo, ancor meno tracciabile e quantificabile, è quello dell'appalto tra privati, che da tempo rappresenta la norma in settori quali l'edilizia, la logistica, la movimentazione merci, il pulimento, la vigilanza, la ristorazione, ma che oramai abbraccia l'intero tessuto produttivo.

È evidente che mancando regole trasparenti nel labirinto degli appalti, viene meno la possibilità di tutelare diritti fondamentali per i lavoratori, quali il mantenimento, nel cambio d’appalto, del posto di lavoro e delle condizioni acquisite, ma anche per lo stesso appaltatore (specie se pubblico), nel momento in cui si trova a misurarsi con imprese, ingaggiate a costi ridotti, che si rivelano inadeguate a gestire i servizi. La consapevolezza che un mondo degli appalti lasciato a sé stesso, de-regolamentato e de-responsabilizzato genera conseguenze negative tanto per i lavoratori che per i cittadini che per le aziende “sane” sottoposte sempre più spesso a dumping contrattuale assume così una valenza sia culturale che politica.

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