L'allarme dei sindacati: "L'azienda Western Atlas vuole abbandonare Ravenna"

I lavoratori e le organizzazioni sindacali territoriali esprimono la loro "totale contrarietà" a questa scelta, proclamando una prima giornata di sciopero per il prossimo 18 luglio

Martedì si è svolta l'assemblea dei lavoratori di Western Atlas, azienda storica che opera nel settore petrolifero on shore e off shore, una delle prime service company a insediare la propria base a Ravenna sin dai primi anni ‘80 e acquisita nel ‘96 dalla multinazionale Baker Hughes, che ne ha mantenuto nome e ragione societaria e che oggi conta ancora circa 50 dipendenti. Nei giorni scorsi il management della multinazionale americana ha convocato le Rsu aziendali e le organizzazioni sindacali nazionali di categoria Filctem Femca e Uiltec per comunicare l'intenzione di trasferire tutto il personale nella base di Pescara, abbandonando Ravenna e lasciando solo un eventuale 'avamposto' di riferimento vicino al maggior cliente  "Eni upstream".

I lavoratori e le organizzazioni sindacali territoriali esprimono la loro "totale contrarietà" a questa scelta, proclamando una prima giornata di sciopero per il prossimo 18 luglio. "Siamo consapevoli che la crisi ha colpito tutte le aziende del comparto senza esclusione ma va detto che Western Atlas operando in tutta  l'area mediterranea e, svolgendo attività diversificate non prettamente legate alla sola perforazione ma anche in ambito geotermico e di stoccaggio con Enel, Stogit, Italgas, è una delle poche aziende che ha sempre avuto continuità operativa - affermano Alessandro Mongiusti di Filctem Cgil e Guido Cacchi di Uiltec Uil -. La decisione di trasferire tutto il personale a Pescara rientra in logiche di riorganizzazione delle multinazionali che seguono parametri di valutazione  non comprensibili, non  condivisibili  e non accettabili".

"Già nello scorso mese di marzo questa multinazionale aveva tentato una prima riduzione di "teste" nella controllata di Ravenna, come imposto da Houston, avviando una procedura di licenziamento per 13 persone, scaricando semplicemente sui dipendenti la riduzione di costi per affrontare la difficile fase a fronte dei continui ribassi dei contratti  richiesti dai clienti - proseguono i sindacati -. Nei vari incontri di esame congiunto tenuti nella sede della Provincia, i sindacati territoriali e i delegati aziendali hanno fermamente contestato la procedura di licenziamento collettivo non ritenendo sufficienti la sola previsione di un calo di lavoro e motivazioni di bilancio mai  dimostrate per licenziare 13 persone".

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"A tal fine a fronte del calo di commesse “previsto”  è stato firmato un  accordo di cassa integrazione che termina a marzo 2017 e i 13 licenziamenti sono stati trasformati in procedura di mobilità volontaria - continuano -. In merito alla richiesta di condivisione del "sacrificio" l'assemblea dei lavoratori decise di andare incontro all'azienda accettando una riduzione temporanea di circa il 20% del salario relativo al contratto aziendale di secondo livello. Oggi, dopo solo 4 mesi da quella data, con una cassa integrazione aperta e con gli accordi presi non è assolutamente comprensibile lo stravolgimento dei piani aziendali dichiarati e sottoscritti nelle varie sedi istituzionali pertanto metteremo in campo tutte le iniziative necessarie per impedire la chiusura della base di Ravenna". 

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