Grandi registi e documentari di successo alla rassegna "Per non morire di televisione"

Due grandi registi, Abel Ferrara e William Friedkin, la più importante documentarista italiana, Wilma Labate, il più grande fotografo vivente, Robert Frank, sono i protagonisti della programmazione di novembre della XVI edizione della rassegna cinematografica Per non morire di televisione, curata da Fabrizio Varesco che si terrà al Palazzo del Cinema in Largo Firenze 1 a Ravenna, dal 15 al 18 novembre. 

Si comincia giovedì 15 novembre alle ore 21 con il film di Francesco Zippel su William Friedkin. Friedkin Uncut  offre una visione introspettiva nella vita e nel percorso artistico di William Friedkin, regista straordinario e anticonformista di film culto come  Il braccio violento della legge, L’esorcista, Sorcerer, Cruising e Vivere e morire a Los Angeles. Per la prima volta il controverso regista si mette in gioco intimamente e decide di guidare il pubblico in un affascinante viaggio attraverso i temi e le storie che maggiormente hanno influenzato la sua vita e il suo percorso artistico. Un cast ‘stellare’ (Ellen Burstyn, Gina Gershon, Juno Temple, Wes Anderson, Dario Argento, Samuel Blumenfeld, Damien Chazelle, Quentin Tarantino) di amici e collaboratori ha deciso di partecipare a questo film che da semplice omaggio si trasforma con il passare dei minuti in una vera e proprio saggio in cui grandi registi, straordinari attori e perfino celebrati direttori d’orchestra si uniscono a Friedkin per riflettere sul significato di essere artisti e sulla bellezza del mettersi in discussione in nome di una chiamata artistica vissuta nella dimensione autentica di un lavoro. Un lavoro da eseguire al meglio del proprio talento.

Venerdì 16, sempre alle ore 21, è la volta di Abel Ferrara, lui come il suo cinema sempre in movimento. Questa volta lo troviamo a Roma, precisamente a Piazza Vittorio, il quartiere più multietnico di Roma, nel quale il regista italo-americano vive da anni con la compagna e la figlia e dove ha realizzato il film. Ancora una questione personale, in fondo. E non può essere altrimenti per un autore che ha da sempre legato le sue sorti al cinema, facendone ogni volta una questione di vita o di morte. Oggi è attraverso il cinema che proclama la sua sopravvivenza, arrivando nel film Piazza Vittorio a definirsi un immigrato extracomunitario in lotta per la vita. A Piazza Vittorio sono tutti stranieri. Stranieri sono anche Willem Dafoe, da tanti anni residente a Piazza Vittorio e Cristina, la compagna di Ferrara, emigrata a Roma dalla Moldavia. E lo è persino Matteo Garrone, che da romano dei Parioli si definisce immigrato nel quartiere. E allora tra set e immagini d’archivio, suggestioni e rimandi di ogni tipo, emerge la questione centrale del film: chi può dirsi davvero cittadino di un quartiere, di una città, di un paese? Attraverso tante scene di banale vita quotidiana – che solo un animale da set come Ferrara è capace di trasformare in schegge di cinema purissimo – si fa strada la visione profondamente umanista del film. Non importa dove tu viva, nei parchi, nei vicoli, sotto i portici o in una confortevole casa borghese. E non importa neanche da dove tu provenga. La sola cosa che conta davvero è la battaglia personale che tutti conducono nel proprio incerto e precario stare al mondo.

Sabato 17 alle ore 21 si cambia completamente. Da Piazza Vittorio a Roma si vola nel tempo e nello spazio: 1968 Vietnam passando dalla Toscana. Arriverderci Saigon, il documentario di Wilma Labate racconta l'incredibile vicenda del gruppo toscano delle Stars, che si ritrovarono loro malgrado ad esibirsi per tre mesi nelle basi USA durante la guerra del Vietnam. Il film ha riscosso un grande successo all’ultima edizione del Festival di Venezia, merito della grande bravura e sensibilità della regista. E’ straordinario l’accordo conseguito da Wilma Labate tra la selezione delle immagini di repertorio, girate cinquanta anni fa nel Vietnam percosso dalla guerra, e i volti e le parole delle quattro protagoniste che ci narrano la loro avventura. Gli episodi si susseguono, ma, più ancora, sullo schermo affiorano intatte le emozioni vissute allora.

Domenica 18, si inizia alle ore 18, con il film dedicato alla figura e l’opera del grande fotografo statunitense Robert Frank, raccontato dalla sua assistente e montatrice Laura Israel, regista di Don’t blink, che offre al pubblico una visione inedita della complessità e profondità dell’arte di Robert Frank, attraverso un documentario che si fa ritratto della vita di uno tra i più importanti artisti della storia della fotografia. Robert Frank è un personaggio cult che ha documentato la Beat Generation, i Rolling Stones, Gli Americani, gli indiani del Perù, l’Europa del dopoguerra. Nel 1958 pubblica il rivoluzionario libro fotografico The Americans. Nel 1959 viene realizzata la più nota collaborazione con la Beat Generation, quando Frank, unitamente al pittore Alfred Leslie, dirige il suo primo film, Pull My Daisy. Scritto e narrato da Jack Kerouac e interpretato, tra gli altri, da Allen Ginsberg e Gregory Corso, il film sarà considerato il padre del New American Cinema. In un collage composto da immagini tratte dalle sue foto e dai suoi film, accompagnate dal commento dello stesso Robert Frank e dalle testimonianze di amici e conoscenti, con grande umorismo e candore, in Don’t blink vengono ripercorse le sue esperienze personali e professionali: dalla giovinezza in Svizzera ai primi anni come fotografo a New York, il suo lungo viaggio attraverso l'America, la sua creatività ancora fervida, il dramma della perdita delle persone care.
Nelle serate saranno inoltre presentati tre cortometraggi realizzati da Nicola Homegod Casadio, Agostino Cordelli e Daniele Fermani. Brevi ma preziosi film che ci raccontano storie di realtà spesso invisibili o dimenticate.

La manifestazione è promossa e organizzata dall'Associazione Culturale Ravenna Cinema in collaborazione con il Comune di Ravenna / Assessorato alla Cultura.

Ingresso: 4 euro.

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