"Il viaggio di Roberto", l'Opera racconta la tragedia di un ragazzo vittima della Shoah

Domenica 16 dicembre, alle 15.30, l’appuntamento fuori abbonamento della Stagione d’Opera 2018/19, Il viaggio di Roberto, riporta in scena la drammatica storia di una delle quarantamila vittime italiane della Shoah, Roberto Bachi, che visse a Ravenna e qui frequentò la quarta elementare presso la Scuola “Filippo Mordani”. Il 6 dicembre 1943 Roberto partì dal Binario 21 della stazione di Milano, destinazione Auschwitz. Ricostruita grazie ad alcuni suoi ex compagni di classe (Danilo Naglia, Silvano Rosetti e Sergio Squarzina, in scena nella rappresentazione), la vicenda è diventata azione scenica su libretto di Guido Barbieri e musiche di Paolo Marzocchi, con la regia di Alessio Pizzech; atto conclusivo di un percorso che si deve all’impegno del compianto Giorgio Gaudenzi negli anni in cui fu direttore didattico della Scuola Mordani. Primi protagonisti della produzione gli alunni della stessa Mordani, che compongono il coro di voci bianche Libere Note diretto da Elisabetta Agostini e Catia Gori, l’Orchestra Arcangelo Corelli diretta da Jacopo Rivani, Franco Costantini e Cinzia Damassa rispettivamente nei panni di un ipotetico compagno di viaggio, Vittorio, e di Ines, la madre di Roberto. Al loro dialogo si contrappone il silenzio di Roberto, rappresentato sulla scena come muto protagonista della storia (nel ruolo si alternano Emmanuel Ranieri, Emiliano Santiago Orioli, Andrea Zannini). I racconti di Vittorio, immaginati, e di Ines, basati su memorie e documenti, sono intercalati dagli interventi cantati dalle apparizioni del padre Armando (il baritono Marcello Rosiello), della maestra Maria Rosa Gambi (il mezzosoprano Anna Bessi) e di personaggi dei libri letti da Roberto che affiorano dalla sua memoria. 

L’appuntamento è realizzato grazie alla collaborazione del Comune di Ravenna, con il contributo della Fondazione Cassa di Risparmio di Ravenna, della Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna e di Unipol Banca.

“Memoria è tornare a vivere: come le persone amate rivivono in noi attraverso quello che ci hanno lasciato nel ricordo, così una comunità acquista maggiore coscienza di sé e si rafforza nella sua identità, facendo memoria della sua storia, del suo passato, delle sue radici. Per questo come Teatro Alighieri abbiamo voluto dare il nostro contributo commissionando un’opera su Roberto Bachi”. Così scriveva il direttore artistico Angelo Nicastro nella nota di presentazione allo spettacolo Il viaggio di Roberto, un treno verso Auschwitz prodotto dal Teatro Alighieri nel 2014 e che - dopo esser approdato anche all’Opera di Firenze - ritorna ora a Ravenna, con due matinées per le scuole (17 e 18 dicembre) e una recita fuori abbonamento domenica 16 dicembre prima delle repliche previste al Teatro Comunale di Ferrara e al Regio di Parma. “Riportare in scena un lavoro come questo è necessario - sottolinea il regista Alessio Pizzech - Siamo in un tempo di perdita di qualsiasi elemento di memoria. Siamo proiettati nel presente, viviamo nell’istante. Il viaggio di Roberto pone invece la memoria come valore: l’arte diventa un monito, capace di andare oltre il tempo”. 

Nato a Torino nel 1929, Roberto giunge a Ravenna nel ’37 a seguito del trasferimento del padre - il generale Armando Bachi - chiamato ad assumere il comando della divisione di fanteria Rubicone di stanza in città. Frequenta la Scuola Elementare Mordani solo per un anno perché la famiglia si deve trasferire in seguito alla proclamazione delle leggi razziali del ‘39. Nell’ottobre del 1943, durante un rastrellamento tedesco presso Torrechiara (Parma), padre e figlio vengono riconosciuti come ebrei e arrestati: il padre è mandato direttamente alle camere a gas, Roberto parte alla volta del campo di lavoro di Auschwitz-Monowitz. Le ricerche condotte dalla madre svelano che Roberto è morto probabilmente di tubercolosi nel ‘44. Guido Barbieri ha scelto di concentrarsi sul “buco, nero e profondo, oltre a quello che circonda la sua morte: il viaggio. Quei sei giorni, tra il 6 e il 12 dicembre, che lo hanno fatto arrampicare su per l’Europa, tra quattro pareti di legno senza finestre. La memoria di quel viaggio non ha lasciato alcun oggetto dietro di sé”.

“È essenzialmente un’opera della memoria, la memoria di fatti reali e tragici - spiega il compositore Paolo Marzocchi - ma al tempo stesso è un’opera sulla memoria. Vi abitano personaggi alla ricerca di tracce esili, oggetti insignificanti carichi di significato, persone che ricordano e anche momenti in cui dalla memoria del protagonista affiorano – sotto forma di visioni – brandelli di esperienze, ricordi di letture, come bolle d’aria sulla superficie del mare della coscienza. Queste visioni, queste ‘bolle d’aria’, sono indispensabili per sopravvivere nel vagone, luogo in cui a mancare è – letteralmente – proprio l’aria. Già da questi elementi è possibile intuire che l’opera è articolata su diversi piani narrativi che divengono piani musicali”. Se il livello dei vivi (Ines e Vittorio) è dominato dalla parola recitata, il piano della visione è invece affidato alla parola cantata: la musica è costruita di “memorie musicali”, integrate a materiale costruito con una sequenza di sei note, ricavata traslando in suoni il numero di matricola di Roberto, 167973. 

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