"L'Elmo di Scipio", lo storico romagnolo Lorenzini racconta il Risorgimento in uniforme

Un punto di vista nuovo per raccontare la storia del nostro Paese. "Il Risorgimento è ancora in grado di suscitare emozioni forti" spiega l'autore Jacopo Lorenzini

Scelte complesse e reazioni differenti davanti a uno degli eventi più sconvolgenti della storia del nostro Paese, il tutto raccolto in un libro scritto come fosse un romanzo, per regalare agli appassionati di storia un'esperienza di lettura avvincente. Tutto questo si trova ne "L'Elmo di Scipio. Storie del Risorgimento in uniforme" (Salerno Editrice), seconda fatica di Jacopo Lorenzini, ricercatore in storia contemporanea all'università di Macerata, faentino di nascita e cotignolese d'adozione.

Questo libro (in uscita il 19 novembre) rappresenta il racconto corale dei sogni, delle illusioni, delle contraddizioni di coloro che parteciparono al Risorgimento indossando un’uniforme. Una storia culturale e politica della professione di ufficiale nell’Ottocento italiano, raccontata attraverso le vite di tre uomini eccezionali. Salvatore Pianell, Enrico Cosenz, Cesare Magnani Ricotti. Tre figli del Secolo, tre borghesi, tre provinciali che attraverso la carriera delle armi diventano piú potenti dei duchi e dei principi che quella carriera avevano sempre considerato cosa propria. Tre percorsi simili eppure profondamente diversi, che si incontrano, si separano e si intrecciano, e attorno ai quali si affollano tanti altri attori di quella straordinaria vicenda politica, culturale e militare che fu il Risorgimento italiano. Amici e nemici, sognatori e grigi esecutori, geni e macellai. Da Giuseppe Garibaldi ai decrepiti generali borbonici che perdono un regno per incapacità e fanatismo. Dai nobili e tetragoni cavalieri della tavola rotonda sabauda che fanno di malavoglia il Grande Piemonte, ai figli dei piccoli borghesi che fanno l’Italia, o almeno ci provano.

Lorenzini, qual è l'aspetto innovativo che offre il suo libro sul racconto del Risorgimento?
Ho approcciato per la prima volta la vicenda risorgimentale durante un periodo di ricerca a Napoli. Mi occupavo di quegli ufficiali meridionali che dopo il 1860 si trovarono a dover fare una scelta difficilissima. Abbandonare una carriera alla quale avevano letteralmente sacrificato tutta la propria esistenza dagli otto anni in poi, o continuarla in un contesto completamente diverso per modi, cultura, e in alcuni casi persino lingua? Durante quella ricerca mi sono reso conto della varietà delle reazioni, delle strategie che quelle persone misero in campo per ridefinire la propria identità. Strategie per nulla passive, nella maggior parte dei casi. Allora mi sono chiesto se allargare lo sguardo al resto della penisola, perché in un certo senso anche i vincitori di quella vicenda, piemontesi e garibaldini, dovettero fare i conti con un cambiamento epocale del mondo che avevano vissuto fino al 1860. Direi quindi che il primo aspetto innovativo del mio lavoro è stato il punto di vista attraverso il quale ho scelto di raccontare il Risorgimento: quello degli ufficiali che lo combatterono su fronti opposti, e che volenti o nolenti si ritrovarono poi colleghi nell'Italia unita. Mi permetto di aggiungerne un secondo: ho scritto questo libro come fosse un romanzo, perché sono convinto che un testo di storia possa e debba essere un'esperienza di lettura avvincente, che coinvolga anche e soprattutto chi storico non è.

Perché ha scelto di approfondire le vite di questi tre personaggi (Pianell, Cosenz e Magnani Ricotti)? In che modo le vicende di questi militari risultano esemplari?
Prima di tutto perché fino al momento dell'unità le loro vicende si muovono in tre direzioni completamente differenti tra loro. Salvatore Pianell, siciliano, fa carriera nell'esercito borbonico delle Due Sicilie. Enrico Cosenz, meridionale anche lui, inizia allo stesso modo, ma nel 1848 diserta e finisce prima a Venezia con Manin, poi a Genova con Mazzini, e infine diventa uno dei più fidati collaboratori di Garibaldi. Cesare Magnani Ricotti infine è piemontese, e la sua vicenda mi permetteva di approfondire la natura e le idee del corpo ufficiali dell'esercito che nel bene e nel male avrebbe egemonizzato il processo unitario. Ma Salvatore, Enrico e Cesare sono anche tre persone molto diverse tra loro per idee politiche - ché i militari nel risorgimento non erano automi, ne avevano eccome - per carattere e per sensibilità. E anche e soprattutto questi aspetti sono importanti, per comprendere a fondo un periodo storico.

A circa 160 anni dall'unificazione italiana ci sono ancora aspetti controversi da approfondire?  
Per rispondere a questa domanda credo sia sufficiente guardare al successo straordinario che riscuotono i movimenti che si richiamano esplicitamente all'Italia preunitaria, dai nostalgici neoborbonici ad una certa declinazione venetista del leghismo. Il Risorgimento è ancora in grado di suscitare emozioni forti, e forse anche per questo viene spesso letto attraverso le lenti distorte delle varie teorie del complotto. Leggendo certi libri, sembrerebbe che un'intera generazione di donne e uomini abbia messo in gioco la propria vita, e spesso l'abbia persa, solo per portare a termine una congiura internazionale della quale non si capisce manco bene quale sarebbe stato il senso ultimo. Seguendo le vicende di Salvatore, Enrico e Cesare, e delle centinaia di persone che incontrano nel corso delle loro vite, risulta invece chiaro che quella dell'unità italiana è stata una vicenda estremamente complicata, conflittuale, spesso esaltante ma anche estremamente dolorosa, sia per i vinti che per i vincitori.

Nel suo libro però si parla anche di qualche personaggio del territorio ravennate...
Il primo che mi viene alla mente è Domenico Farini, figlio dell'esule e uomo politico lughese Luigi Carlo Farini. Nel 1866 il giovane Domenico si arruola per la terza guerra d'indipendenza pieno d'entusiasmo patriottico, ma finisce a fare il capo di stato maggiore (all'epoca, prima delle scuole di guerra alla prussiana, sarebbe come dire il segretario) di un generale napoletano relegato su un fronte secondario del conflitto. Quel generale è Enrico Cosenz, e tra i due nasce un'amicizia che continua, nelle armi e in politica, fino alla fine del secolo. Ma in realtà sono parecchi i romagnoli che fanno capolino in questa storia: a Venezia nel 1848, tra le fila garibaldine, e poi nell'Italia unita, quando la Romagna era considerata una terra popolata da selvaggi dal coltello facile.

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