Elezioni e Lista per Ravenna, Ancisi: "Analisi di una quasi rivoluzione"

Sul ballottaggio tra conservazione e cambiamento a Ravenna

Nota - Questo comunicato è stato pubblicato integralmente come contributo esterno. Questo contenuto non è pertanto un articolo prodotto dalla redazione di RavennaToday

"Lista per Ravenna si compiace per i risultati elettorali conseguiti dal proprio progetto - alternativo a 46 anni di dominio totalitario comunista/postcomunista a Ravenna - lanciato esattamente un anno fa, il 31 luglio, quando, rinunciando a presentare un nostro candidato sindaco tra i diversi validi di cui disponevamo, proponemmo alle forze di opposizione di comporre una coalizione che "convergesse su una personalità con caratteristiche di grande attrazione per gli elettori: non avere mai fatto parte di partiti, avere meno di 50 anni, essere generalmente stimata, senza alcuna ombra, per l'esercizio di una professione autonoma da collusioni politiche". Civico, dunque, non politico. A questo appello corrisposero la Lega Nord e (in un secondo tempo) Forza Italia e Fratelli d'Italia, raccogliendosi intorno a Massimiliano Alberghini, che aveva il profilo totalmente civico da noi tracciato.

RISULTATI STORICI - Il primo risultato storico di questo progetto si è avuto il 5 giugno, al primo turno, quando il candidato del PD De Pascale è stato ridotto al 46,5°% dei voti, rispetto alla media del 62,0% conseguita dai suoi predecessori di partito Mercatali e Matteucci nelle quattro elezioni comunali tra il 1997 (anno di nascita di Lista per Ravenna) e il 2011. Costretto così per la prima volta in vent'anni al ballottaggio, il candidato della balena biancorossa (vale a dire cattocomunista) ravennate ha dovuto dunque battersi faccia a faccia col nostro candidato, il quale, col 28%, aveva da solo superato gli altri tre candidati sindaco messi insieme. Alla vigilia del voto, i sondaggi del PD lo davano al 21%! Per vincere, Alberghini sarebbe dovuto risalire fino ad oltre il 50%. La rimonta è stata eccezionale, superiore ad ogni previsione e sondaggio, arrivando a raggiungere il 46,68%. Tanto che la vittoria di De Pascale si è materializzata solo a scrutinio avanzato, in piena notte. Il nostro progetto ha dunque offerto finalmente alla nostra città la prospettiva del riscatto. Alberghini ha superato De Pascale nella somma dei voti tra l'intera città capoluogo (con punte maggiori nei travagliati quartieri del Centro storico e della Darsena) e il litorale. De Pascale ha vinto solo nelle frazioni di campagna, dove il PD esercita un controllo politico, economico e sociale capillare, casa per casa. Ma i segni del cedimento sono stati vistosi anche lì. È solo questione che avanzi il ricambio generazionale in corso.

UN FOTOFINISH IN ALTA MONTAGNA - Alla domanda: "Si poteva già vincere?", rispondiamo tuttavia di sì. Basta un semplice esame dei flussi elettorali. Al primo turno, 39.205 elettori, ben oltre la metà (53,50%), avevano votato contro De Pascale, cioè per le liste dichiaratamente ostili alla sua candidatura, rappresentate, oltre che da Alberghini, dai candidati sindaci Guerra, Sutter e Bucci. Escludiamo dai calcoli, perché verosimilmente minimali, coloro che, non avendo votato il 5 giugno, ci sono andati il 19, come pure improbabili scambi di casacca degli elettori tra De Pascale e Alberghini nel giro di due settimane. Sta di fatto che al ballottaggio De Pascale ha riportato a votare solamente i suoi 34.078 elettori, anzi 20 di meno, mentre Alberghini, aumentando i voti da 20.500 a 29.813, ne ha recuperato 9.313, di fatto elettori di Guerra, Sutter e Bucci Ne ha però lasciato a casa altri 9.392. Gliene sarebbero bastati meno della metà, esattamente 4.246 per vincere. Appena il 2,9% del corpo elettorale! Come perdere al fotofinish su una corsa in alta montagna.

COS'è MANCATO. LE CAUSE - Perché dunque 9.392 elettori del 5 giugno che volevano mandare il PD all'opposizione non sono tornati a votare il 19 quando l'occasione si è loro presentata su un piatto d'argento? La spiegazione sta nel come il PD è riuscito a spaventare la gente incentrando l'intera sua campagna finale sullo slogan, diffuso all'ossessione: "Ravenna non è leghista". Alberghini non lo è per natura e per storia personale. Ha manifestato una personalità pacata e moderata. L'intero voluminoso suo programma, di cui si è fatta carico Lista per Ravenna (con notevole dispendio di energie sottratte alla mera campagna elettorale) non presentava nulla che giustificasse a nessuno di gridare al lupo. Nessuno - tra le liste e i candidati concorrenti, De Pascale compreso, i giornalisti, le categorie, ecc. - ha potuto contestarne una riga fuori misura. La squadra di Alberghini (Fantini, Angeli, Fico, Tagliati, Spadoni, Guiati, Finetto, ecc.), che si è costituita pubblicamente via via attorno ad Alberghini, collaborando egregiamente al suo programma, è stata proposta alla coalizione, su basi e connotati esclusivamente civici, da Lista per Ravenna, non da altri.

Allora, cos'ha potuto far sembrare alle poche migliaia di mancati elettori del ballottaggio salvatori di De Pascale sul precipizio che Alberghini non fosse il candidato civico che era? Pur senza accusare nessuno e giurando sulla buonafede di tutti, si dovrebbe riconoscere, come causa generale, che sulla percezione della paventata natura partitica di Alberghini hanno influito massicciamente gli aspetti spettacolari e "urlati" della campagna elettorale, che ne hanno schiacciato e oscurato i contenuti reali. Una coalizione rivolta prioritariamente verso l'obiettivo che vincesse la città, più che l'una o l'altra parte legittimamente in corsa per se stessa, avrebbe potuto manifestarsi più accorta nell'utilizzo di strumenti e personalità che hanno riempito facilmente le pagine dei giornali e invaso i social media con immagini e dichiarazioni divisive, anziché con gli argomenti utili per raccogliere consensi oltre il proprio perimetro politico, quando, andando al ballottaggio, sarebbe stato vitale.

Sarebbe stato anche necessario non inasprire i rapporti con le altre liste di opposizione a De Pascale e coi rispettivi candidati sindaci, sapendo che al ballottaggio avremmo dovuto raccogliere una grande massa di consensi dai loro elettori del primo turno. La coscienza che abbiamo fatto correttamente e senza risparmio di niente la nostra parte deve soddisfare Lista per Ravenna. Non abbiamo, per nostra natura, i mezzi e i leader nazionali capaci di attrarre i riflettori della stampa e dei social network. Nelle case possiamo entrarci solo per il nostro lavoro, non con le TV nazionali. Avendo rinunciato ad un nostro candidato sindaco, siamo rimasti esclusi dal grande battage dei mass media e sui social network, concentrato allo sfinimento sui cinque concorrenti alla carica. La nostra forza, che si è sempre qualificata per l'uso del solo muscolo della ragione, è stata interamente spesa verso l'obiettivo generale: quello che, se anche solamente sfiorato, ha però posto le basi per essere colto alla prossima occasione. Sapevamo che una parte dei nostri tradizionali elettori non avrebbe compreso la scelta di coalizione, anche se non ce n'erano altre perché il PD non vincesse facile al primo turno e nulla cambiasse. Gli eccessi di protagonismo di partito, che i mass media hanno amplificato, non hanno concorso a far accettare la nostra scelta di coalizione per i suoi caratteri obiettivi.

Sul risultato del primo turno ha influito, a danno di Alberghini, anche il meccanismo elettorale che, per pochi voti, ha visto ampliarsi da uno a quattro il divario numerico tra i consiglieri comunali di Lista per Ravenna e quelli del maggiore partito della coalizione, anziché da due a tre. (È andata a carico dei nostri voti l'elezione di Alberghini a consigliere comunale, di cui siamo onorati). Con questo rapporto numerico, la coalizione è sembrata squilibrata a danno della componente civica. Cosicché ci è stato difficile opporre che, se Alberghini avesse vinto, Lista per Ravenna avrebbe avuto cinque consiglieri, rispetto agli 11 del maggior partito di coalizione, ai 3 dell'altro partito e ai 32 dell'intero consiglio comunale. Nulla cioè che giustificasse alcun allarme sul predominio di una parte sulle altre. Gridando al lupo, De Pascale è riuscito così a tenere a casa quasi 10.000 elettorali che gli avevano votato contro al primo turno, nonostante che il PD, vincendo, avrebbe avuto la maggioranza assoluta del consiglio comunale, e dunque il potere di continuare a mal governare la città senza limiti e da solo.

TOCCA ANCORA A NOI - Ravenna ha bisogno di noi come e più di prima. Tra le 14 liste politiche presentatesi alle elezioni, tutte agguerrite, di cui 10 sono entrate in consiglio, la nostra è quarta per numero di voti. Siamo, soprattutto, sinonimo di opposizione serrata e qualificata, perché argomentata, documentata e sostenuta da proposte efficaci. Abbiamo una presenza capillare sul territorio e di rapporto diretto con i cittadini, che ha solo il PD, ma per altri meriti, o demeriti. Tocca, ancora una volta, soprattutto a noi picconare il muro di Ravenna, l'unico dei regimi marxisti sopravissuto alla storia. Tanto più adesso che i vistosi sgretolamenti ne preannunciano il crollo. Dobbiamo serrare le fila, ristrutturarci e riorganizzarci come e quanto necessario, raccogliere nuove leve. L'assemblea di oggi pone le basi da cui ripartire".

Alvaro Ancisi, capogruppo di Lista per Ravenna

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