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Elezioni Europee, intervista a Poggiali (Azione): "L'Unione sarebbe più forte se il Parlamento avesse più potere"

Il Viticoltore, da sempre sostenitore dell’autonomia della Romagna, è candidato per Azione. "La difesa e l’ambiente sono i temi caldi, ma lo sono anche quelli collegati alla necessità di un piano industriale di transizione economica"

I prossimi 8 e 9 giugno anche nel territorio locale, come in tutta Italia, si vota per le Elezioni Europee, che dovranno disegnare il nuovo Parlamento Europeo. Si vota sabato 8 dalle 15 alle 23, e domenica 9 giugno dalle 7 alle 23. L'Italia elegge 76 eurodeputati, scelti in cinque circoscrizioni. Subito dopo la chiusura delle urne inizierà lo spoglio delle schede per determinare i nuovi parlamentari europei italiani.

Per le Elezioni Europee l'Italia è suddivisa in 5 circoscrizioni. L'Emilia-Romagna è inserita nella circoscrizione Nord-Est che complessivamente elegge 15 eurodeputati. La circoscrizione comprende anche Veneto, Friuli Venezia Giulia e Trentino Alto Adige. I candidati provenienti da Ravenna sono nove. RavennaToday li ha intervistati in vista del voto: oggi è il turno di Giovanni Poggiali, viticoltore in Romagna e in Toscana e da sempre sostenitore dell’autonomia della Romagna, candidato per Azione.

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Come sta procedendo la campagna elettorale? Quali richieste emergono dai cittadini all'Unione Europea?
La campagna elettorale procede bene, se con bene intendiamo la qualità di chi in generale intende ascoltare. Non tanto bene se guardiamo al numero di persone che realmente si interessano e all’enorme importanza di queste elezioni europee. Spesso chi partecipa lo fa senza conoscere le reali attribuzioni del Parlamento Europeo e quindi spesso il dibattito finisce con essere una necessaria spiegazione di come funziona l’Unione Europea.

Quali sono le proposte che il suo partito intende portare in Europa?
Ai dieci punti del programma di Azione che ho sottoscritto e che personalmente condivido appieno, cosa comunque non scontata, aggiungo la mia precipua posizione di rappresentante delle più autentiche autonomie. Quelle, per stare alla sola Italia, dell’articolo 5 dei principi fondamentali della Costituzione. Il tema delle autonomie è strettamente legato a quello della rappresentanza politica nelle democrazie e quindi della sua qualità: se vogliamo più potere per l’Europa, il suo Parlamento deve avere più potere ed essere più aderente alla voce dei suoi singoli territori, che non sono solo i 27 stati nazionali, ma piuttosto le sue 270 regioni, come ci piace dire.

E un progetto a lei particolarmente caro che intende sostenere se eletta?
Provenendo dalle autonomie, convinto che questo principio sia anche quello più autenticamente e profondamente democratico, ho il dovere di concentrarmi sulla riforma della rappresentanza per dare una voce propria a tutti e con lo stesso peso.

Una delle maggiori polemiche di questo voto europeo è la discesa in campo dei leader di partito, per misurarsi nel gradimento nazionale più che per andare al Parlamento Europeo. Cosa ne pensa?
Penso che sia espressione di un brutto costume italiano che non dovrebbe esserci e che poi trascina tutti nell’errore. Anche i vertici di Azione, che sono stati i primi ad invitare gli altri leader a non cadere in questo malcostume, di fronte al fatto che persino il Presidente del Consiglio è nelle liste, si sono dovuti adeguare.

Cosa occorre secondo lei per rendere l'Europa più forte?
L’Unione Europea potrebbe essere più forte se gli stati nazionali facessero veramente un passo indietro, consentendo al Parlamento Europeo di essere fino in fondo l’organo di rappresentanza di tutti i popoli e i territori d’Europa. L’enorme ricchezza culturale e materiale dell’Europa è una forza che va dispiegata tutta e per fare questo ogni singolo parlamentare deve a sua volta avere un bagaglio di conoscenze altamente qualificate e naturalmente non solo tecniche e non solo umanistiche, una visione capace di tenere insieme ogni esigenza, anche del più piccolo paese, con la responsabilità di concepire strategie per un continente meravigliosamente complesso. È una sfida altissima che è già tutta contenuta e sintetizzata nel suo motto: unita nella diversità.

Difesa comune ed emergenza climatica saranno i grandi temi del prossimo parlamento Europeo: condivide queste priorità o ce ne sono anche altre a suo giudizio?
Non voglio essere pedante e ritornare su quanto già ripetutamente detto sulla fondamentale riforma per dare più potere al Parlamento. Certamente la difesa e l’ambiente sono i temi caldi, ma lo sono anche quelli collegati alla necessità di un piano industriale di transizione economica, che sia coerente e non suicida, e di politiche agricole all’altezza delle sfide che sono sì economiche, ma anche della salute e ambientali. Difficile dire in poche battute quale mix di misure sia la ricetta giusta e quale tipo di compromesso alto sia possibile raggiungere. Certo non si può partire da basi ideologiche che nulla hanno di razionale. Non ce lo possiamo permettere.

Parliamo anche della realtà locale. Ravenna è la provincia da cui parte. È una realtà "europea"? Cosa si potrebbe fare per renderla più europea?
Il 3 maggio 1980 a Ravenna in una cerimonia al teatro il primo presidente del Parlamento Europeo, Simone Veil, conferì alla città per le mani del Sindaco e alla presenza di Benigno Zaccagnini il trofeo europeo di civismo per la più alta affluenza alle elezioni per il primo Parlamento Europeo nel giugno 1979. Nel 2021 l’accademica inglese di fama internazionale Judith Herrin ha ricevuto la cittadinanza onoraria di Ravenna per i suoi studi sull’arte e sulla cultura bizantina e paleocristiana, e più in particolare per il suo ultimo libro “Ravenna: capitale dell’Impero. Crogiolo di Europa”. Quello che vale per Ravenna dovrebbe valere per tutta la Romagna, che è una antica Regione di Italia e d’Europa. Per essere più europea la Romagna deve essere più cosciente della propria storia, quella antichissima e quella più recente. Per essere più europee, Ravenna e tutte le città e amministrazioni della Romagna devono necessariamente partire da lì, dalla loro cultura, arrivando poi a confrontarsi con la pesante realtà attuale in cui non c’è alcun piano strategico per la Romagna. Un piano strategico necessario, oggi ancor più che in passato, per varie ragioni economiche, ambientali, demografiche, di equilibrio tra Appennini e pianura. Se pensiamo che nel giro di pochi decenni nel dopoguerra sono stati pensati e realizzati il porto moderno di Ravenna, la Diga di Ridracoli, l’E45 poi più nulla…

La provincia di Ravenna è stata martoriata dall'alluvione di un anno fa. Von Der Leyen nella sua visita di gennaio a Forlì promise 1,2 miliardi di Pnrr aggiuntivo per la ricostruzione. Si assume l'impegno di monitorare quest'importante cifra affinché arrivi effettivamente sul territorio?
L’impegno a monitorare che le promesse vadano mantenute va da sé. È importante però ricordare che sono molte di più le responsabilità italiane di tutti i livelli istituzionali, e di epoche diverse, ad avere mal gestito il territorio prima. E non parlo solo della manutenzione ordinaria, ma soprattutto di decenni di pessima urbanistica e di mancata prevenzione nell’anticipare le difese da possibili eventi catastrofici. All’impossibile nessuno è tenuto, ma ridurre i danni avendo pensato prima e messo in atto dopo le difese, peraltro con progetti e pratiche già più che conosciute, questo si poteva e si doveva fare. Assumersi le responsabilità insomma.

In cosa può beneficiare Ravenna in particolare dalle politiche europee per essere più competitiva?
Ravenna, nonostante i progressi fatti, non è ancora sufficientemente riconosciuta per l’importanza che ha nel sistema logistico europeo. Dipende da noi, dagli eletti, far crescere questa coscienza e portarla sui tavoli delle commissioni. Fare il lavoro da parlamentare europeo significa una grande capacità di compromesso, quindi un lavoro negoziale che richiede tanta presenza, padronanza della lingua inglese, tanto studio dei dossier e dei meccanismi e regolamenti in essere. Per tornare a Ravenna, il mio impegno ha una storia che è più che ventennale, passata attraverso l’esperienza di Confindustria, del mondo agricolo e in particolare vitivinicolo, ed anche dall’esperienza di una lista civica. Sulla scorta di questo, resto più che mai convinto che non si possa parlare di Ravenna se non si parla anche della Romagna e che è il territorio e l’ambito ambientale, economico e sociale che va preso in considerazione.

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