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Provincia unica, Spadoni: "No alla semplice sommatoria di più enti"

E' quanto afferma il consigliere provinciale Gianfranco Spadoni a commento della proposta di questi giorni avanzata dal sindaco di Cesena Paolo Lucchi di una provincia unica della Romagna "per superare l'immobilismo"

"L’ente che doveva essere abolito richiede oggi certezza sulle risorse a disposizione pena il taglio dei già limitati servizi, poiché il rischio più grande, peraltro sottovalutato dal legislatore, è appunto quello di arrivare vedere le province in condizioni di dissesto". E' quanto afferma il consigliere provinciale Gianfranco Spadoni a commento della proposta di questi giorni avanzata dal sindaco di Cesena Paolo Lucchi di una provincia unica della Romagna "per superare l'immobilismo".

Esordisce Spadoni: "L’approvazione della Legge regionale numero 13 del 2015 riguardante i ‘principi per il riordino delle funzioni amministrative, la definizione del nuovo ruolo istituzionale dei soggetti del governo territoriale e il governo delle aree vaste ‘ha in qualche modo dato l’avvio al percorso di costituzione di una nuova provincia unica. Si è trattato, insomma, della posa della prima pietra  allocata dai territori nella cui filosofia di fondo emergeva un chiaro invito a condividere insieme una proposta di riforma che partisse, appunto, dai territori. Entrando nel merito, la proposta di questi giorni avanzata dal sindaco di Cesena Paolo Lucchi per “superare l’immobilismo” appare utile, indispensabile e in larga misura condivisibile, ben sapendo come occorra  una prospettiva chiara e un progetto innovativo in netta discontinuità con le attuali impostazioni radicate irrimediabilmente  nelle esistenti amministrazioni provinciali. Premessa, quindi, una sostanziale condivisone, alcuni paletti appaiono fondamentali per voltare davvero pagina rispetto alla situazione attuale, soprattutto  se si vuole creare un modello di gestione territoriale davvero nuovo".

"Anzitutto non si tratta di unire semplicemente le varie realtà provinciali per realizzarne una di natura pachidermica e con possibili rischi di appesantire da subito la nuova macchina pubblica - continua -. Oltretutto con il rischio di  portare come dote il forte carico di burocrazia in un ambiente statico non in grado di assicurare compatibilità con i ritmi operativi dell’economia. L’obiettivo, piuttosto, deve essere quello di attuare  un soggetto snello, innovativo, aperto al nuovo e in grado di fare dell’integrazione e della sinergia fra i  vari enti  il proprio cavallo di battaglia, con l’obiettivo non marginale di razionalizzare i costi e di tagliare le spese improduttive. L’ideale sarebbe stato la legittimità democratica e la  garanzia ai territori di esercitare il loro diritto dovere di indicare gli eletti e i propri rappresentanti istituzionali, ma questo ormai appartiene  al passato. Ad ogni modo va  salvaguardata l’identità, la cultura e la storia di ogni singola area geografica con forme di rappresentanza democratica  e partecipativa, al fine di dare voce ai cittadini e ai bisogni specifici  delle singole realtà".

"Una nuova macro Provincia romagnola, inoltre, richiede un grosso sforzo di razionalizzazione e in molti casi di azzeramento, di una larga parte di soggetti e di enti partecipati privi di legittimità popolare e  nominati dalla politica. Soggetti che, evidentemente, non possono essere trascinati senza troppi scrupoli nel nuovo contenitore di area vasta. Se oggi trascurassimo questa condizione non di poco conto, rischieremmo di fare  una proposta viziata già dall’origine, oltre ad offrire una soluzione  nuova nella forma ma, di fatto, già zavorrata nella sostanza sin dalla partenza - conclude -. L’ente che doveva essere abolito richiede oggi certezza sulle risorse a disposizione pena il taglio dei già limitati servizi, poiché il rischio più grande, peraltro sottovalutato dal legislatore, è appunto quello di arrivare vedere le province in condizioni di dissesto. Alla luce di queste considerazioni, noi confermiamo, come sempre, la  disponibilità al confronto più proficuo, nella speranza che l’architettura dei nuovi territori possa contribuire alla crescita economica e sociale".  

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