"Un porto allo sbando commissariato alla cieca dal Pd"

Dubbi anche sulla legittimità del decreto.

Nota - Questo comunicato è stato pubblicato integralmente come contributo esterno. Questo contenuto non è pertanto un articolo prodotto dalla redazione di RavennaToday

La questione non è il commissariamento del porto con l'ammiraglio Giuseppe Meli, persona competente e integerrima, al quale formuliamo ogni augurio di buon lavoro, quanto il metodo che si è scelto per allontanare bruscamente Galliano Di Marco, che ha dimostrato, dopo il fallito Progettone, non da lui voluto, di avere fatto il suo dovere. A prescindere da ogni valutazione politica, Lista per Ravenna, che da sempre pone al primo posto, in ogni atto della pubblica amministrazione, il rispetto della legalità, è infatti perplessa sulla legittimità del commissariamento. Nella legge 84, che regola i porti pubblici italiani, la nomina di un commissario in capo ad un'Autorità portuale non è più prevista, dal 2004 (art. 8, comma 1 bis), neppure in caso di mancato accordo tra il Governo e la Regione interessata sul nome del presidente da designare: bensì solo (art. 7, commi 3 e 4), quando si intenda revocare, per gravi inadempienze, il mandato di un presidente in carica. Non è il caso attuale di Ravenna, dato che l'incarico di Di Marco è cessato regolarmente, oltreché senza irregolarità compiute. C'è dunque da chiedersi perché non sia stata seguita la strada maestra universale della pubblica amministrazione dettata dalla legge n. 444 del 1994, che consente la proroga degli organi di ogni ente pubblico per i 45 giorni successivi alla loro scadenza, durante i quali possono essere adottati atti non solo di ordinaria amministrazione, ma anche urgenti ed indifferibili, come un commissario non può invece fare: il commissario Meli, fedele incardinato servitore dello Stato, lo sa bene, a prescindere che venga meschinamente tirato per la giacca dal PD.

La permanenza in carica di Di Marco almeno per un altro mese e mezzo avrebbe potuto essere utile per dare inizio alle procedure di avvio dei lavori, non più procrastinabili, di approfondimento dei fondali del porto, anche allo scopo di non perdere il finanziamento di 120 milioni concesso dalla Banca Europea degli Investimenti. I toni trionfalistici del sindaco Matteucci e della sua controfigura Mingozzi, diffusi dopo il fulmineo incontro con l'ammiraglio, avvenuto ancor prima che nessuno a Ravenna conoscesse il decreto di nomina, e il loro insistere sull' "abbiamo convenuto" con lui, a prescindere dal nulla dei contenuti, ci riportano dunque al tempo in cui era il Soviet a dettare alle autorità pubbliche cosa dovevano fare. Se non ce ne fosse un'infinità, questi soli fatti e la conseguente drammatica prospettiva che incombe sull'economia della nostra città proiettano sul voto del 5 giugno prossimo una pesante responsabilità degli elettori. La scialba continuità di De Pascale con gli interessi che fanno capo al PD suggeriscono quanto sia inevitabile il cambiamento. Non tanto per difendere Di Marco, quanto per tutelare la città dalla fallimentare arroganza di un potere che, ristretto nel tortellino magico emiliano, sopravvive ormai solo a Ravenna".

Alvaro Ancisi e Pasquale Minichini, Lista per Ravenna

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