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Vandini rincara la dose: "Senza esponenti locali il Movimento 5 stelle resta un contenitore di voti"

Dopo aver annunciato pubblicamente di essersi disiscritto dalla piattaforma del Movimento 5 stelle, Pietro Vandini analizza l'anomala situazione del partito a Ravenna

Dopo aver annunciato pubblicamente di essersi disiscritto dalla piattaforma del Movimento 5 stelle, per il quale era stato anche candidato sindaco a Ravenna, Pietro Vandini rincara la dose e spiega dettagliatamente le ragione del suo abbandono, oltre ad analizzare l'anomala situazione del M5S nella città dei mosaici dove, nonostante i risultati delle elezioni lo confermino primo partito - e questo senza avere nemmeno un vero candidato ravennate - continua a perdere pezzi (anche dopo l'abbandono della consigliera di CambieRà Samantha Tardi).

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"Hanno scelto chi deve portare avanti il progetto su Ravenna, un progetto che ormai di uguale a ciò che lo ha fatto partire ha solo i colori - spiega Vandini - Hanno scelto la mediocrità, a volte intesa come capacità politica, ma soprattutto umana. I tanti attacchi fatti al Pd e alle loro modalità di scelta per gli incarichi di spicco sono pistole ad acqua, se si conoscono le dinamiche organizzative interne al Movimento; gli amici devono essere premiati, così come chi si mostra più fedele. Il bolognese Bugani ha deciso che a Ravenna il Movimento deve essere portato avanti da chi ha la capacità di aggregare per distruggere piuttosto che quella di aggregare per governare, con tanti saluti al quel salto di qualità che il Movimento avrebbe dovuto fare. Queste sono esattamente le due facce che hanno portato a discussioni e divisioni: da un lato si provava a crescere, a raccogliere chi non voleva votare a scatola chiusa o solo per protesta, dall’altro l’unico obiettivo era, ed è, l’attacco o la denuncia di quello che non va per poi fermarsi li, senza mai tener conto delle regole alle quali ci si deve adeguare quando si entra nelle istituzioni. Dire alla gente quello che vuole sentirsi dire dimenticando che limitarsi a questo significa creare un consenso di carta, che dura quanto un tovagliolo del bar. Nel 2016 ha deciso che a Ravenna non dovesse esserci il Movimento, nei mesi scorsi ha deciso chi non doveva candidarsi avendone i requisiti, ha deciso chi doveva candidarsi non avendone i requisiti, ha scelto il candidato per l’uninominale per poi sospenderlo e lasciando il Movimento senza candidato ufficiale".

Vandini, infatti, si era candidato alle elezioni del 4 marzo, senza però essere ammesso alla lista dei candidati ufficiali: "L'obiettivo della mia candidatura era solo uno: fare in modo che il territorio ricevesse finalmente una risposta chiara su quale volesse essere il percorso che il Movimento voleva fare su Ravenna - continua Vandini - In molti si sono lamentati per le esclusioni senza motivazioni di chi aveva i requisiti, in realtà non c’era nulla da dire su questo perché tutti abbiamo accettato un regolamento nel quale era previsto che il capo politico potesse decidere a propria discrezione. Il problema invece è stato che hanno inserito chi i requisiti non li aveva e che hanno scelto come interlocutori per portare avanti la campagna elettorale gli stessi che con la menzogna hanno distrutto la base del Movimento locale. Questa è stata la scelta e quando vengono fatte delle scelte, chi non viene preso in considerazione deve farsi da parte e accettare il fatto che quello non è più un contenitore politico nel quali si possa essere utili. Questo abbiamo fatto. Ora il Movimento è il primo partito su Ravenna, ma solo chi non ha un minimo di visione politica festeggia e si gongola. Il Movimento a Ravenna ha preso 2000 voti in più rispetto al 2013: si tratta del nulla. Una forza politica diventata la prima forza del paese che sul territorio praticamente non cresce e nei fatti arriva terzo nella corsa dei collegi uninominali per Camera e Senato. Terzi in una competizione livellata verso il basso, dove non è esistita campagna elettorale, dove invece si poteva vincere e si aveva il dovere di provarci. Le percentuali fanno felici ma le valutazioni approfondite dicono altro: dicono che non esiste una base coesa e preparata, in grado di lavorare per costruire un’alternativa di governo nella nostra città, nè alcun rappresentante locale. Si può prendere anche il 90%, ma senza delle fondamenta solide e decenti si resta un contenitore di voti, nulla più. Una cosa sono i “big” che vanno in televisione e fanno oggettivamente spesso bella figura, una cosa sono le fondamenta che si costruiscono sui territori, fondamenta sgretolate dalle nostre parti. La differenza rispetto al Pd è che non esiste uno statuto dove tali ruoli vengano citati, descritti e gestiti".

"La mia avventura in questo partito finisce qui - conclude Vandini - preferisco sentirmi bene con me stesso piuttosto che gratificato da un potere mediatico regalatomi solo perchè ho adulato un capo calato dall’alto senza competenze e capacità. Non voglio più essere l’alibi di quelli che mi danno colpe che non ho solo perché non hanno la personalità e le competenze per ricostruire un gruppo locale. Fino ad oggi hanno usato la scusa della mia presenza quando in realtà dal 2016 io non ho nessun potere e nessun ruolo. Continuo per la mia strada, con la mia vita privata e professionale gratificante e con la consapevolezza di non voler avere più alcun contatto con chi rivendica di voler premiare le incompetenze spacciandole per “normalità”. Io non ho nulla a che vedere con un progetto che ha alla base della sua comunicazione il messaggio che siamo tutti speciali nel momento in cui aderiamo al movimento dimenticandosi che invece rimaniamo, o dovremmo rimanere, semplicemente noi stessi con l’umiltà di capire quale ruolo possiamo ricoprire".

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