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Morto a 36 anni da solo in ospedale, lo sfogo dell'amico avvocato: "Provate a essere poveri, stranieri, malati e affamati"

Redazione

Mi scuso sin da ora se queste righe non saranno nel solito stile legale, un po' freddo e distaccato, ma mentre scrivo le lacrime mi appannano gli occhiali e il pianto - di rabbia e compassione - mi fa tremare le mani sulla tastiera del computer. Ho appena appreso da un suo connazionale che D. S. U., nato il 25 dicembre 1983, il 19 marzo 2020 - solo come un cane - è morto all'ospedale dopo essere stato sottoposto a un intervento chirurgico al cuore: aveva 36 anni. Era in Italia dal 2008 e, finché la salute non lo aveva debilitato fino a renderlo piccolo, magro e curvo come un ramo secco caduto a terra da un tronco malato, aveva lottato come un leone per avere quel benedetto permesso di soggiorno. O maledetto, se preferite, perché senza quel pezzo di carta molti diritti, quasi tutti, sono negati.

Aveva un amico nelle case popolari, che la domenica prima del decesso gli aveva cucinato del riso, e aveva me, il suo avvocato, quello a cui scriveva un messaggio prima di telefonare, per chiedere se disturbava, quello a cui chiedeva qualche soldo per mangiare, perché c'erano giorni, l'ultimo circa un mese e mezzo fa, in cui arrivava in studio arrancando e parlando con un filo di voce e avrei voluto portarlo a casa con me e l'unica cosa che potevo fare era abbracciarlo, rassicurarlo che prima o poi il suo permesso di soggiorno sarebbe arrivato e dargli un piccolo aiuto economico.

Ho implorato molte volte gli uffici di rispondere e di farlo in tempo, perché aveva una cardiopatia grave, non poteva lavorare, perché con un permesso di soggiorno come quello per cure mediche "non si può lavorare". I termini burocratici possono essere di un cinismo insopportabile: accanto alla formula "mezzi di sostentamento" c'è scritto altri. Ma dietro altri, oltre ad esserci la negazione del diritto al lavoro, quello su cui si fonderebbe nientemeno che la Repubblica, ci sono tutti coloro che, pur non essendo istituzioni pubbliche, hanno saputo accogliere e aiutare questo Povero Cristo. Anche per rinnovare quello straccio di documento di soggiorno ha atteso invano fino ad oggi, da luglio 2019: tempi di cui non vi faccio certo una colpa (al personale degli uffici, ndr), perché conosco la fatica del vostro lavoro, le carenze di personale e tutto il resto e so bene che applicate leggi mostruose. Ma vi prego, non siate mai alleati silenziosi e chini di quelle leggi odiose e disumane.

Vorrei che questo lutto, che se non fosse per questa lettera neanche conoscereste, ci facesse riflettere tutti, me compreso, su quanto prezioso sia fare tutto ciò che facciamo con umanità. Ma oggi non posso soffocare il mio grido di rabbia. Rabbia nei confronti di un sistema che proclama i diritti solennemente e poi li nega quotidianamente. Rabbia nei confronti di certi funzionari pubblici e di certi magistrati che forse non si rendono conto di avere letteralmente nelle loro mani la vita delle persone e cavillano, negano, ritardano, ostacolano, con provvedimenti e sentenze, così ciecamente concentrati sul sentiero buio delle norme ordinarie (dalla Bossi-Fini, ai decreti Minniti-Orlando fino ai decreti Salvini) da rinunciare all'aria e alla luce dei grandi principi codificati nella Costituzione e nelle Convenzioni internazionali. Non tutti, certo: ma sempre più rari sono coloro che, come chiede anche la Presidente della Corte Costituzionale Marta Cartabia, coniugano sapienza e umanità. E del resto mi chiedo a cosa serva il più alto e raffinato sapere tecnico se non viene usato per promuovere e proteggere la dignità di ogni essere umano. Persone che hanno un potere enorme, schiacciante, soverchiante sulla vita dei più poveri e dei più indifesi, eppure sembrano non sentire per niente l'empatia necessaria per stabilire una relazione umana con chi chiede loro tutela e protezione.

Penso all'egoismo insopportabile della nostra società: abbiamo riempito le nostre pance fino ad ingozzarci, arrivano pochi uccellini sul davanzale a chiedere di nutrirsi con le nostre briciole e noi tiriamo loro i sassi. Provate ad essere poveri, soli, malati, affamati e stranieri e capirete cos'è la dignità di ogni essere umano e il suo contrario. Ci sarebbe anche una norma piccola, quasi invisibile, che andrebbe applicata, ma dietro ad un'inidoneità alloggiativa o ad una insufficienza di reddito soccombe: l'art. 2 del Testo Unico Immigrazione che dice parole così semplici e perentorie che si sentono anche con le orecchie tappate: “Allo straniero comunque presente alla frontiera o nel territorio dello Stato sono riconosciuti i diritti fondamentali della persona umana previsti dalle norme di diritto interno, dalle convenzioni internazionali in vigore e dai princìpi di diritto internazionale generalmente riconosciuti". E niente, D. se n'è andato così. Non ha neanche avuto il tempo di avvisarmi: è andato al Pronto Soccorso, l'hanno operato e dopo due giorni è morto, lì solo, a 36 anni, senza nessuno a stringergli la mano.

Per questo piango ora e piango perché lui non aveva più nessuno nemmeno in Nigeria, tranne la mamma vecchia e malata, che D. non vedeva più dal 2008, quando lasciò il suo paese: mi diceva sempre che avrebbe voluto poterla aiutare da qui e si vergognava di non riuscire a farlo. Se ne vergognava e abbassava la testa, mentre gli scendevano lacrime limpide dagli occhi che non voleva mostrare. Lo hanno sepolto nel cimitero: gli porterò un fiore e parlerò con lui, per chiedergli scusa di non essere riuscito a fare di più e per ritrovare in me stesso la forza per continuare a stringere in un abbraccio tutti coloro che ancora mi chiederanno aiuto, dopo di lui.

Avvocato Andrea Maestri

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