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Ivan Simonini: "Matteucci aveva una dote rara: sapeva riconoscere gli errori e correggerli"

Redazione

Forse più che per altri sindaci valeva per Fabrizio Matteucci, credente convinto, l'esperienza coscienziale, quella che lo indusse a dimettersi da segretario regionale del suo partito dopo la vittoria di Guazzaloca alle comunali di Bologna. Si dimise senza che nessuno glielo chiedesse: cosa rara nel mondo politico. Tra i pochi casi simili le dimissioni di Massimo D'Alema da premier dopo la sconfitta alle regionali, sconfitta non imputabile al suo Governo. In tali frangenti, uno fa i conti solo con se stesso. Prima che Fabrizio si candidasse a sindaco, lo incontrai a Santa Teresa dov'era stato a consultarsi col Cardinale Emerito Ersilio Tonini che lo aveva incoraggiato ad accettare la candidatura. Dei suoi dieci anni da primo cittadino rimangono diverse realizzazioni destinate a durare nel tempo, tra cui l'autorizzazione per la seconda moschea più grande d'Italia (io l'avevo sconsigliato, ma lui era intimamente certo che fosse la cosa giusta da fare in una prospettiva di lungo periodo) e la liberazione finalmente di piazza Kennedy dalle auto. Rimane secondo me come realizzazione positiva anche la robusta frenata da lui impressa al liberismo edilizio dell'amministrazione precedente. Chiunque lo poteva incontrare in giro per la città con la sua bicicletta. Era molto sensibile ai piccoli eventi, quelli che hanno il pregio di rinsaldare il tessuto civile diffuso ben più dei "grandi eventi" che, consumato il botto, lasciano spesso il tempo che trovano. Altra dote rara in un amministratore: sapeva riconoscere gli errori e correggerli. Fu il caso di Villa Pasini, l'unico edificio liberty di proprietà del Comune ma che l'Ausl intendeva alienare. Appena lesse un mio articolo di aspro dissenso su tale intenzione, mi telefonò per chiedermi un incontro, nel quale prima mi sgridò ma alla fine mi diede ragione e oggi Villa Pasini è una casa famiglia, un servizio sociale, così come voleva la sua e mia professoressa di liceo che l'aveva donata al Comune per via testamentaria. Era sempre cortese, non per opportunismo o furbizia, ma perché tale era la sua natura, da qualcuno erroneamente scambiata per debolezza. Rispondeva sempre a tutti, anche a chi gli mandava un semplice messaggino di saluto. Una questione di rispetto. Dopo la morte prematura del candidato-sindaco Liverani, si spese con tutte le sue energie, al termine del suo secondo mandato, per la nuova candidatura di de Pascale, al punto da defilarsi come sindaco uscente nella fase finale della campagna elettorale della primavera 2016 per consentire a de Pascale stesso di giocare anche - eventualmente - sulla carta della discontinuità con il predecessore. Per questo "defilarsi" credo abbia molto sofferto nel silenzio della sua anima, ma non gli è mai sfuggito un lamento. Amava la politica con somma signorilità. Cioè senza limiti. Come senza limiti era il suo amore per la famiglia. Per Simona e Sayò. Ma questa è un'altra storia. Così come sono un'altra storia i quarant'anni di affettuosa e costante amicizia che mi ha regalato.

Ivan Simonini,

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