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"La guerra dimenticata dei cobra fumanti": la storia dei 'Pracinhas'

Redazione

Il 25 aprile ricorre l'anniversario della liberazione dall'occupazione nazifascista. Molti di noi però non sanno che ad aiutare le truppe partigiane, tra le file di quello zibaldone chiamato "truppe alleate", c'erano anche i Pracinhas, cioè i soldati della Forca expeditionaria brasileira, meglio conosciuta come Feb. Come siano arrivati i soldati brasiliani a combattere sulle nostre montagne è una storia lunga, ed è interessante anche capire perché cucito nella spalla avevano un fregio rappresentante un "cobra che fuma". In Brasile dal 1937, dopo qualche anno che Getulio Vargas instaurò "l’Estado novo", ovvero una simil dittatura di destra, i rapporti con la Germania, l'Italia e il Giappone erano molto buoni, tanto che allo scoppio della Seconda guerra mondiale un giornalista di Rio aveva scritto che sarebbe stato più semplice trovare un cobra fumare piuttosto che vedere il Brasile entrare in guerra contro il Nazifascismo. Nel 1942 però, dopo l’affondamento nell'Oceano Atlantico di 35 navi mercantili brasiliane da parte dei famigerati U-boat tedeschi che provocò un migliaio di morti, il Brasile dichiarò guerra alle forze dell'Asse. Era il 31 agosto quando "A cobra fumo"! Fu l'iniziò dell'avventura dei Pracinhas in Italia. "La Feb era comandata dal generale Joao Baptista Mascarenhas de Morose e fu aggregata al IV corpo d'Armata (generale Crittenberger) della quinta armata americana comandata dal generale Mark W. Clark. Contava 25.334 uomini, dei quali 15.069 presero parte attiva ai combattimenti" (fonte: "A Montese e M.Castello i successi più significativi" di Walter Bellisi). I Pracinhas sbarcarono a Napoli in 3 scaglioni dal luglio all'ottobre del 1944 e, dopo essere stati armati, furono destinati nella zona della valle del Reno, la famigerata linea Gotica. Oltre naturalmente ai tedeschi, i loro nemici maggiori furono l' equipaggiamento, poco più che autunnale, e un modo di combattere più adatto alle zone silvestri che a pianure o a vallate. I militari brasiliani, infatti, erano addestrati a sparpagliarsi dietro gli alberi per difendersi dagli attacchi, mentre se subisci un bombardamento da mortaio in una vallata ti devi sdraiare per evitare di essere colpito dalle schegge. Le battaglie più importanti furono quelle che videro la riconquista di Monte Castello e Montese sull'Appennino emiliano, ma al di là delle battaglie e dei sacrifici sono interessanti le tracce che hanno lasciato del loro passaggio. A Montese ci sono vie e piazze dedicate al Brasile, un museo dei Pracinhas al castello e molte famiglie italo-Brasiliane formatesi alla fine della guerra. Al termine dei 239 giorni di campagna in Italia (versione ufficiale), le truppe brasiliane accusarono 465 morti, 2.722 feriti, 35 prigionieri e 16 dispersi; catturarono 20.573 uomini fra i quali 2 generali, 892 ufficiali e 19.679 uomini di truppa (fonte: "A Montese e M.Castello i successi più significativi" di Walter Bellisi). Prendo spunto da questa vicenda non molto conosciuta per ricordare tutti i soldati stranieri che hanno combattuto e aiutato le truppe partigiane a liberare l'Europa dai Nazifascisti, e in particolare voglio ricordare Ze Zito Enedino dos Santos che, benché fosse riuscito a passare indenne la campagna d’Italia, rientrò in bahia ma non si riprese mai più dalle atrocità che aveva visto e vissuto sulla linea gotica. Considerando che, malgrado gli insegnamenti del passato, le guerre che si combattono anche oggi nel mondo sono tante, auspichiamo che almeno in Europa il Cobra non debba fumare mai più!

Marco Maiolini, capogruppo in consiglio comunale del Gruppo Misto

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