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La protesta: "50 ore al pronto soccorso per il mio anziano padre"

Redazione

Ore 17.30 di mercoledì 11 novembre - Mio padre 75enne, già in cura da un geriatra per cenni di instabilità di memoria, inizia a dare cenni di peggioramento preoccupanti. Chiamiamo il 118 che prontamente lo porta in pronto soccorso. Non con la barella, ma con le proprie gambe, sale sull’ambulanza.

Ore 21.30 - Veniamo avvisati che prendono in carico il paziente, facendo però solo il tampone, che avrebbe dato esito dopo 12 ore. Dovendosi perciò attendere, lo avrebbero sedato per tranquillizzarlo e passare la notte al pronto soccorso.

Ore 12.00 di giovedì 12 novembre - Noi familiari chiamiamo per avere informazioni: tampone negativo. Bene, pensiamo, a questo punto possono curarlo per il suo problema. Ma quale sostanzialmente? Nessun dottore ci ha mai chiesto per quale causa si trovasse al pronto soccorso. L’unica speranza è che l’infermiere dell’ambulanza abbia dato tutte le informazioni al triage.

Ore 16.15 - Richiamiamo. Tutti i parametri sono normali. Attendono consulto psichiatrico.

Ore 18.00 - Finalmente ci contattano per andare a riprenderlo. Ritrovo mio padre che non riesce ad alzarsi dalla barella e quando comunque in piedi non riesce a reggersi. Sono l’effetto dei calmanti, ci viene ribadito più volte. Basita, ripeto che lui era entrato con le sue gambe e fino al giorno prima era andato in auto all’edicola a comprare il giornale. Quindi deve esserci stato qualcosa di più grave, da capire nella diagnosi. Ci rifiutiamo di portarlo a casa in queste condizioni, con la sola diagnosi di una psichiatra che dichiara: disturbo neurocognitivo da curare con medicinale per schizofrenia. Ci viene risposto che avrebbero chiesto un consulto neurochirurgico, ma che, ad ogni modo, l’indomani avremmo dovuto portarlo a casa in tale stato e organizzarci con l’aiuto per la gestione familiare, che avremmo già dovuto avere, ma che non abbiamo mai avuto.

Ore 9.00 di venerdì 13 novembre - Ci presentiamo al pronto soccorso e finalmente ci vengono chieste esattamente le condizioni iniziali del paziente. Si stabilisce il ricovero di mio padre per visita neurologica ed ecodoppler, al fine di escludere ischemie.

Ore 14.00 - Veniamo contattati per ribadire che era stata attivata la richiesta del ricovero, in attesa di un posto nel reparto. Infatti mio padre riceve il pasto come se fosse ricoverato direttamente al pronto soccorso in barella.

Ore 19.30 - Non  essendo stati contattati per tutto il pomeriggio, andiamo al pronto soccorso e troviamo mio padre in piedi a girare per il pronto soccorso dando evidenti segni di squilibrio. La dottoressa di turno ci comunica che non c’è più nessun ricovero in lista e che pertanto mio padre è da dimettere. In alternativa avrebbero chiamato gli assistenti sociali. Diagnosi : “disturbo neurocognitivo in peggioramento” e “seguire la cura psichiatrica a domicilio”.

CONCLUSIONI - Dopo aver consultato medico di base e geriatra, abbiamo prenotato privatamente una visita neurologica e un ecodoppler esattamente per il 19 e il 21 novembre. Mio padre è stato esattamente 50 ore al pronto soccorso in situazione di collasso. Noi siamo dovuti andare a prenderlo personalmente all’interno, entrando nell’area comune a tutti i pazienti, dove peraltro dottoressa non indossava la mascherina. Personalmente ho dunque ritenuto opportuno effettuare un tampone Covid privatamente. Se non sei un paziente Covid non vieni curato adeguatamente, ma semplicemente sedato. Il secondo giorno ha contratto le placche in gola. Questa segnalazione la ritengo opportuna per farVi conoscere cosa accade esattamente al pronto soccorso, non capendo peraltro perché nella “storia” di quanto accaduto non compare scritto che il medico in servizio la mattina di venerdì aveva richiesto il ricovero in neurologia e una visita neurologica.

M.B.

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