Il Ciù e l'imbariègh: la strana storia di 4 proverbi romagnoli

"Ci imbariegh coma una ciòza" e altri modi di dire sono molto diffusi nel nostro dialetto. Ma sappiamo veramente cosa stiamo dicendo?

Il dialetto, anzi, la lingua romagnola è permeata di una espressività unica. Capita spesso che per rendere bene l'idea dei nostri pensieri l'italiano non basti e allora, chi lo conosce, sfrutta il proprio dialetto per farsi capire bene. Questo succede a Ravenna, così come in altre zone d'Italia. E spesso capita di utilizzare proverbi e modi di dire per raggiungere il massimo significato con il minimo sforzo.

Ma siamo sempre sicuri di quel che stiamo dicendo? Insomma, spesso ci serviamo di proverbi vecchi di decenni, nati in un mondo profondamente diverso, e noi continuiamo a utilizzarli per il loro senso riconosciuto, ma se ci si ragiona sopra potremmo accorgerci che quel che diciamo è piuttosto strano. Per chiarire meglio questo ragionamento andiamo a studiare 4 vecchi modi di dire romagnoli.

Ci propri un ciù

Cominciamo da un grande classico: "Ci propri un ciù" (Sei proprio un chiù), espressione non troppo gentile che si rivolge a una persona non molto sveglia, magari dopo che ha commesso uno sbaglio. Ma sapete esattamente cos'è un "ciù"?
Ebbene si tratta di un piccolo volatile, il chiù, o meglio l'assiuolo (reso celebre da una poesia di Giovanni Pascoli). Una credenza popolare voleva che questo uccello notturno approfittasse delle finestre aperte per entrare in camera da letto e beccare sulla fronte le persone addormentate trasmettendo loro, come fosse un virus, la stupidità. Ecco perché ancora oggi il becco del ciù è così temuto...

Va a sgòbal

Il modo di dire "Va a sgòbal" o "Va a sgòbal in pgneda" è molto meno frequente e forse un po' dimenticato. Letteralmente significa "va a raccogliere sgobbole in pineta", ma in realtà è usato per mandare qualcuno... a quel paese. Perché mandare una persona a raccogliere le sgobbole, direte voi. Perché le sgobbole sono pigne ormai ripulite dai preziosi pinoli e quindi utili, al massimo, per accendere il fuoco.

Mai imbucè e bé cun la Curéna

Un proverbio per i tempi di Vendemmia. Alla lettera andrebbe tradotto "mai imbottigliare il bere con la Curéna" e la Curéna è solo uno dei vari nomi che i romagnoli usano per il vento che soffia dall'entroterra, il cossiddetto Libeccio (o Garbino). Il detto popolare in questo caso insegna a non procedere nei giorni in cui spira il Libeccio con l'imbottigliamento del vino per non farlo inacidire.

Ci imbariegh coma una ciòza

Proseguiamo sulla via del vino con un modo di dire ancora oggi molto diffuso tra i romagnoli Doc: "Ci imbariegh coma una ciòza", letteralmente "Sei ubriaco come una chioccia". Ma non crediate che le galline di una volta fossero dedite alle serate in osteria, perché la spiegazione è ben diversa. Non riguarda in effetti la gallina, bensì il cappone (il pollo maschio castrato) che in occasione della festa di San Rocco subiva un particolare scherzo: gli si dava da mangiare pane imbevuto nel vino facendolo letteralmente ubriacare. Al suo risveglio il cappone, con i postumi della sbornia, non era molto in forma e, trovandosi accerchiato dai pulcini, faceva da chioccia ai piccolini.

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Per approfondire questo argomento che ci ha portato alle origini della lingua romagnola e dei suoi proverbi potete leggere vari volumi dedicati al dialetto e alle tradizioni, fra cui vi consiglio "Av salut. Proverbi e modi di dire in Romagna" di Paolo Turchetti.

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