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Cesare Moisè Finzi ricorda la Shoah: "La nostra speranza sono i giovani" - VIDEO

Cesare Moisé Finzi ha raccontato la sua esperienza di giovane cacciato dalla scuola poiché ebreo e fortunatamente scampato ai rastrellamenti con la sua famiglia

 

Era solo un bambino quando il 3 settembre 1938 andò a comprare il giornale per il padre e il titolo riportato in copertina – “Insegnanti e studenti ebrei esclusi dalle scuole governative e pareggiate” – cambiò radicalmente la sua vita. “Io non ho più potuto avere amici – ricorda – e per me è stata una cosa terribile”. Si stava per pubblicare il regio decreto che preannunciava le leggi razziali; di lì a circa due mesi tutti gli ebrei, insegnanti e studenti, sarebbero stati espulsi dalle scuole, di ogni ordine e grado. Soltanto una delle numerose e disumane restrizioni e divieti posti dalle leggi approvate da Benito Mussolini e dal re Vittorio Emanuele III.

È un ricordo fulgido quello di Cesare Moisè Finzi, nonostante siano passati quasi 82 anni da quel giorno: un ricordo che Finzi continua a far affiorare molto spesso, raccontando a platee di giovani studenti cosa successe in quegli anni. Di come bambino riuscì a fuggire con i suoi genitori da Ferrara verso sud, passando per Ravenna, dove ebbero l’aiuto fraterno della famiglia Muratori, riconosciuta poi tra i “Giusti fra le nazioni”. Non smise mai di studiare nonostante il divieto di frequentare la scuola; dopo la guerra si laureò in Medicina, specializzandosi in Cardiologia.

Lo scorso 21 gennaio, il consiglio comunale di Ravenna ha approvato all’unanimità il conferimento della cittadinanza onoraria a Cesare Moisé Finzi, che fu espulso dalla scuola italiana nel 1938 quando era ancora un bambino a causa delle leggi razziali promulgate dal regime fascista proprio in quell’anno. Finzi, che oggi vive a Faenza, ha lavorato come medico e chirurgo nella città dei mosaici e presso una famiglia di Ravenna, la famiglia Muratori, ha trovato aiuto e rifugio evitando la cattura e la deportazione nazifascista. Venerdì mattina, al teatro Alighieri davanti a tanti studenti delle scuole di Ravenna, alle autorità civili e militari e con la presenza di rappresentanti del consiglio comunale, si è tenuta la cerimonia ufficiale di conferimento a Finzi della cittadinanza onoraria. Erano tra gli altri presenti componenti della famiglia Muratori, il rabbino di Ferrara, il prefetto, il questore, autorità civili e militari e il sindaco di Faenza.

Cesare Moisé Finzi ha raccontato la sua esperienza di giovane cacciato dalla scuola poiché ebreo e fortunatamente scampato ai rastrellamenti con la sua famiglia: “Ero un bambino, come tutti gli altri andavo a scuola e mi piaceva giocare con gli amici; ma il 3 settembre 1938, una data che non dimenticherò mai, sono andato a comprare il giornale per mio padre e il titolo sulla pagina diceva "Insegnanti e studenti ebrei esclusi dalle scuole governative e pareggiate". Pensate a un bambino di 8 anni che legge questa frase e si chiede perchè non è degno di andare a scuola con tutti gli altri. Nel giugno del 1940 andai a fare l’esame per accedere alla scuola media: nella lista il mio nome e quello del mio amico Nello erano gli ultimi, perché neanche i nostri nomi potevano stare con quelli degli altri. Finimmo ovviamente in fondo alla classe, separati dagli altri ragazzi, ma la professoressa pensò bene di spostarci, affermando che tanto non avremmo contagiato nessuno con la nostra malattia. Pensate: una donna laureata, ma plagiata dalla propaganda, credeva veramente che avessimo la coda come gli animali. Per noi fu una vera umiliazione, ma se io sono ancora vivo e ho potuto continuare a studiare per Nello, invece, fu tutto inutile, perché nel marzo del 1945, dopo essere stato consegnato ai nazisti, morì in un campo di concentramento".

Con l’entrata in guerra dell’Italia, la storia della famiglia Finzi diventa, purtroppo, sempre più drammatica: "Con lo sbarco degli alleati, i fascisti si ritirarono nel nord Italia lasciando ai nazisti la possibilità di operare liberamente i rastrellamenti - continua a raccontare Finzi - Si era aperta la caccia all’ebreo e i miei parenti a Bolzano furono subito catturati e deportati. Di loro non seppi più nulla per 50 anni, ma poi scoprii che finirono uccisi ad Auschwitz. La loro cattura ci convinse a scappare verso il sud Italia, ed è solo grazie all’aiuto di alcune famiglie del luogo e di un anonimo che ci fornì documenti falsi che siamo riusciti a scampare alla cattura". La domanda bruciante dei sopravissuti: "Perché è potuto accadere?". "Quelle persone che ci hanno aiutato erano donne e uomini veri - conclude Finzi - e spero che voi ragazzi possiate diventare come loro quando sarete grandi. Voi giovani siete la nostra speranza, il motivo di vivere, di continuare a vivere è quello di incontrare i giovani e di far sapere loro quello che è stato perché non rifacciano gli stessi errori. Pensate a quel ragazzino che durante la guerra doveva sperare che l’Italia perdesse, ma lui era italiano: come poteva sperare che l’Italia perdesse la guerra!? Il ricordo è importante perché da esso parte la conoscenza e non ci può essere ricordo senza il sapere cosa è successo. Molte persone non sanno nulla, ignorano, perché non è stato insegnato loro a conoscere e apprezzare la diversità di ognuno di noi, che è ricchezza. Nessuno di noi è uguale all’altro, nemmeno tra gemelli".

"Dobbiamo essere tutti orgogliosi degli oltre seicento ragazzi e ragazze delle scuole medie del nostro comune che venerdì mattina hanno riempito il teatro Alighieri in occasione del conferimento della cittadinanza onoraria di Ravenna al professor Cesare Moisé Finzi, testimone della Shoah - commenta il sindaco Michele de Pascale - In religioso silenzio hanno ascoltato le sue parole, il racconto della storia della sua vita, fatta di momenti drammatici ma anche dell’incontro con persone che hanno saputo stare dalla parte giusta. Le studentesse e gli studenti presenti si sono commossi e alla fine hanno tributato a Finzi un calorosissimo e affettuosissimo applauso, una vera e propria ovazione, come succede alle rockstar; perché Finzi, grazie alla scelta che ha fatto ormai tanti anni fa, di andare nelle scuole a raccontare ai giovani la sua esperienza, affinché tragedie come quella della Shoah non si ripetano, è molto più che una rock tar. L’esempio delle giovani generazioni mi fa sperare, anzi, ancor di più, mi fa essere fiducioso, rispetto al fatto che di generazione in generazione si siano in qualche modo tramandati quei valori che ispirarono i Muratori, la famiglia ravennate che aiutò i Finzi durante la loro fuga non solo non denunciandoli, ma aprendo loro le porte della propria casa. Naturalmente questo non è accaduto per trasmissione biologica, ma perché si è saputo trarre insegnamento, sia dalle azioni di chi ha operato per il bene che da quelle di chi invece ha scelto la strada del male. Io spero e sono orgoglioso di dire che la porta della casa dei Muratori era la porta delle case dei ravennati. In quel gesto meraviglioso che loro hanno compiuto vogliamo provare a riconoscerci tutti. Vogliamo provare a dire che quel gesto così bello, quell’apertura di quella porta è l’apertura delle porte della nostra città. E le giovani generazioni si stanno dimostrando meravigliosamente straordinarie nel comprendere questo messaggio".

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