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Domenica, 23 Giugno 2024

Matteo Cagnoni condannato all'ergastolo per l'omicidio della moglie Giulia Ballestri - VIDEO

Carcere a vita. La Corte d'Assise del Tribunale di Ravenna, dopo oltre cinque ore di camera di consiglio, ha deciso di fronte a un'aula pienissima sulle imputazioni mosse al dermatologo ravennate Matteo Cagnoni,

Carcere a vita. La Corte d'Assise del Tribunale di Ravenna, dopo oltre cinque ore di camera di consiglio, ha deciso di fronte a un'aula pienissima sulle imputazioni mosse al dermatologo ravennate Matteo Cagnoni, accusato del brutale omicidio della moglie Giulia Ballestri avvenuto il 16 settembre 2016 nella loro villa di via Padre Genocchi. La Procura della Repubblica di Ravenna, alla fine di un lunghissimo processo partito a ottobre 2017 e che ha visto alternarsi al banco del testimone oltre 100 persone, aveva chiesto per l'imputato - sempre proclamatosi innocente - la condanna all'ergastolo. Diverse le aggravanti che il pubblico ministero Cristina D'Aniello ha aggiunto al reato già grave di omicidio volontario: la premeditazione anzitutto, ma anche la crudeltà, tanto che il pm aveva formulato anche la richiesta che nel primo anno di detenzione Cagnoni fosse sottoposto al regime più duro dell'isolamento diurno
 

Processo Cagnoni: il giorno del verdetto (foto Massimo Argnani)

I giudici togati e popolari della Corte d'Assise, presieduti dal presidente Corrado Schiaretti affiancato dal collega Andrea Galanti, alla fine hanno accolto la richiesta del pubblico ministero di ergastolo, ma senza sottoporre Cagnoni al regime dell'isolamento. Stabilita inoltre l'interdizione perpetua dai pubblici uffici e lasospensione della patria potestà sui figli per tutta la durata della pena.

Secondo il dispositivo della Corte (la sentenza completa sarà resa disponibile tra 90 giorni), fu proprio il 53enne Cagnoni a uccidere la moglie 39enne Giulia, con la quale aveva avuto tre figli e dalla quale si stava separando, recatasi nella villa abbandonata insieme al marito che l'avrebbe attirata lì con la scusa di voler fotografare dei quadri da vendere a un mercante d'arte. L'uomo avrebbe poi aggredito la moglie dapprima con un tronco, poi sbattendole violentemente il viso contro uno spigolo del muro, per poi abbandonarla dopo una mattanza che secondo i medici sarebbe durata circa 40 minuti. La donna sarebbe infine morta soffocata nel suo stesso sangue dopo una lunga agonia. L'avvocato del dermatologo ha già annunciato che, una volta uscita le motivazioni della sentenza completa, presenterà ricorso in appello.

Per quanto riguarda i risarcimenti alle parti civili ammesse e alla famiglia di Giulia, per il Comune un risarcimento di 20mila euro, mentre 10mila per Linea Rosa, Unione donne in Italia e Dalla parte dei minori. Ai genitori di Giulia 500mila euro a testa, 150mila al fratello Guido e un milione di euro a testa per ogni figlio di Giulia e Matteo (in totale 3), oltre al pagamento delle spese processuali delle parti civili. Dovranno anche essere restituiti alla famiglia tutti i beni immobili sotto sequestro, nonchè le autovetture.

La requisitoria del Pubblico ministero

Nella requisitoria-fiume, durata oltre sette ore e spalmata su due giornate, il pubblico ministero Cristina D'Aniello aveva elencato e riassunto tutti gli indizi e le prove a favore della tesi dell'accusa: le impronte, i cuscini insanguinati, i vestiti del dermatologo e la torcia macchiati di sangue, la fuga di Cagnoni, il dna trovato sul bastone dell'omicidio, le contraddizioni dell'imputato, le frasi sull'omicidio di Giulia pronunciate dallo stesso e dai suoi parenti quando ancora non era stato scoperto il cadavere. Un insieme di elementi corposo, "una gravità indiziaria granitica" - come definita dallo stesso pm - che, evidentemente, ha convinto la Corte di Cassazione.

L'arringa della difesa

L'avvocato della difesa Trombini, da sempre amico di Cagnoni, aveva invece chiesto per l'imputato l'assoluzione, sostenendo che non vi fossero prove sufficienti "al di là di ogni ragionevole dubbio" per dimostrare che il suo cliente fosse il colpevole dell'omicidio della moglie. Il legale, anzi, in un'approfondita difesa portata avanti insieme al collega Francesco Dalaiti e suddivisa su due giornate, durata circa dieci ore,  aveva ipotizzato che a uccidere Giulia fossero stati due ladri dopo averla seguita durante il suo ritorno in villa, quello stesso venerdì 16 settembre, per poi ammazzarla all'interno della casa andandosene solo dopo aver cercato di ripulire sangue e impronte (cosa che spiegherebbe il dna estraneo trovato sotto le unghie della vittima, che avrebbe cercato di difendersi da un tentativo di strangolamento). Anche le due impronte trovate nella villa - vera "prova regina" del processo, che la Procura non ha mai dubitato potessero appartenere a qualcuno che non fosse Cagnoni - per la difesa sarebbero state invece inutilizzabili (il perchè lo aveva spiegato a lungo il perito di parte). Il dermatologo, in carcere da settembre 2016, durante gli scorsi mesi aveva più volte presentato la richiesta di poter accedere agli arresti domiciliari, spiegando come il regime carcerario lo avesse portato ad avere attacchi di panico, episodi allucinatori e depressione: ma la Corte ha sempre respinto la richiesta.

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