Etichetta d'origine per grano e pasta: il Tar accoglie la richiesta dell'81% degli italiani

Coldiretti: "La decisione del Tar, in una provincia che ha il 21% della superficie agricola coltivata a grano duro e tenero, è una buona notizia anche per i nostri produttori"

"La scelta del Tar di respingere l'istanza di sospensione del decreto per l’etichettatura d’origine del grano utilizzato nella pasta accoglie la volontà dell’81% degli italiani che chiedono maggiore trasparenza su quel che portano in tavola". E’ quanto afferma la Coldiretti Ravenna nel commentare la decisione del Tribunale amministrativo regionale del Lazio che ha bocciato il ricorso dei pastai contro il Decreto dei Ministri delle Politiche agricole Maurizio Martina e dello Sviluppo Economico Carlo Calenda per l’introduzione in Italia dell’obbligo di indicazione della materia prima a partire dal febbraio 2018 sull’etichettatura della pasta.

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“Prendiamo atto con soddisfazione della decisione della Magistratura – commenta il Presidente provinciale Coldiretti Massimiliano Pederzoli – I giudici hanno riconosciuto il primato dell’informazione dei cittadini sulle istanze di tipo puramente economico e commerciale degli industriali, respingendo un ricorso che andava contro gli interessi dell’Italia e degli Italiani che chiedono trasparenza. Non si può impedire ai consumatori di conoscere la verità privandoli di informazioni importanti come quella di sapere se nella pasta che si sta acquistando è presente o meno grano canadese trattato in preraccolta con il glifosato, accusato di essere cancerogeno e per questo proibito sul grano italiano. Ma la decisione del Tar, in una provincia che ha il 21% della superficie agricola coltivata a grano duro e tenero (circa 20mila ettari), è una buona notizia anche per i nostri produttori perché il decreto per l’etichettatura d’origine della pasta punta anche a contrastare le speculazioni che hanno provocato il crollo dei prezzi del grano romagnolo e italiano, più buono e sicuro di quello proveniente da altri Paesi, ben al di sotto dei costi di produzione, con una conseguente drastica riduzione delle semine".

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