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Eraldo Baldini: "Per rifare E45 e Ravegnana ci vuole quanto per la ricostruzione dopo la II Guerra Mondiale"

Redazione

Il fatto è che ci siamo abituati, altrimenti ci sembrerebbe impossibile oltre che intollerabile. Invece non solo tolleriamo, ma quasi sorvoliamo, aspettando rassegnati. E questa rassegnazione, questa abitudine al peggio è una delle cose più deleterie che possano capitare a un Paese e alla sua gente. Sto parlando di questo: il 25 ottobre dell’anno scorso, a causa probabilmente di una chiusa mal costruita, cede in un punto (molto circoscritto) l’argine del fiume Ronco tra Ravenna e Forlì, causando tra l’altro la morte di un tecnico giunto sul luogo. Il fatto è che su quell’argine è costruita l’unica strada che collega le due città (una strada pericolosa, tortuosa, assolutamente inadeguata, realizzata quando si viaggiava in calessino e da decenni inadatta a reggere il traffico che la interessa). La situazione, come è bene comprensibile, crea un disagio insostenibile. Ci sono voluti più di tre mesi per accertare la situazione e giungere a uno stanziamento per provvedere. Ora si annuncia che “entro la fine dell’estate” forse la strada sarà riaperta (se non ci saranno intoppi, cosa, come purtroppo ci insegna l’esperienza, assai improbabile). Bene che vada, insomma, per un problema riguardante poche decine di metri di un argine fluviale, per riattivare l’unica strada che collega due capoluoghi di provincia ci vorrà almeno un anno (durante il quale risulteranno inascoltate le richieste e proposte relative a una nuova arteria degna di questo nome che colleghi le due località, e durante il quale, inoltre, tutti saranno costretti a viabilità alternative nel forese su strade ancor più inadeguate e da troppo tempo lasciate al loro triste destino, senza più nemmeno la segnaletica orizzontale).

Contemporaneamente, anche i collegamenti tra Ravenna e Cesena sono compromessi (e da tempi ben più lunghi). La penosa situazione della E45 infatti, che risultava praticamente impercorribile perché così piena di voragini da sembrare un luogo bombardato, perdura: i lavori, inizialmente previsti di circa tre mesi, durano da un anno durante il quale si è intervenuti in modo compiuto su meno del 10% del percorso. Percorso che, ricordiamolo, è di soli 35 chilometri, ora trasformati in una rischiosa gimcana dissestata con continui passaggi da una corsia di marcia all’altra. Ci passo spesso, da ciò che resta della E45, e non ho mai visto più di tre o quattro operai al lavoro, con mezzi fermi e non operanti: il tutto dà l’impressione che non ci si lavori affatto. Sono certo che in un qualsiasi Paese civile, lavorandoci giorno e notte con un numero adeguato di uomini e di mezzi (come ho visto sempre fare in Germania, ad esempio), in un mese o poco più si faceva tutto. Invece ci vorranno anni, durante i quali si saranno già deteriorati i tratti rifatti per primi.

Concludendo, per aggiustare due strade colleganti i centri capoluogo della Romagna (non del Terzo mondo, quindi, ma di una della aree più produttive e avanzate del Paese), su una distanza complessiva irrisoria, ci vorrà quanto per la ricostruzione dell’Italia intera uscita devastata dalla Seconda guerra mondiale. E allora si era negli anni ’40-’50, e non si disponeva certo dei mezzi e delle tecnologie odierne. In un Paese civile si farebbe presto e bene, e se ciò non succedesse la gente allestirebbe picchetti e manifestazioni per bloccare le poche strade rimaste percorribili, incalzando chi di dovere e creando un caso di adeguate proporzioni. In un Paese rassegnato e avvilito, invece, si aspetta e si sopporta, ormai assuefatti a situazioni che neppure nel Quarto mondo si verificano più. Che tristezza.

Eraldo Baldini, scrittore ravennate

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