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"Con la cultura si mangia?": la riflessione del consigliere sul nuovo Museo di Classe

Redazione

“Oggi, dell’archeologia non interessa nulla a nessuno”. Attirare l’attenzione del pubblico sul nostro patrimonio culturale, così importante eppure così difficile da comunicare, è la vera sfida moderna per archeologi e direttori di musei. A Ravenna, grazie al cielo, siamo in controtendenza.Il dibattito appare, anzi, particolarmente vivace. Venerdì in commissione “cultura” abbiamo avuto, per la prima volta come consiglieri comunali, l’occasione di poter analizzare il nuovo museo “Classis” e di ragionare sullo stato attuale della struttura e su come sarà al momento dell’apertura, il 1 dicembre di quest’anno.  Ne è nata una mia riflessione che vuol essere un contributo sul tema della cultura e dei musei. 

I musei costano, e costano anche tanto. Il Louvre, nel 2016, perde 9,6 milioni di euro (fonte: Il Sole 24 Ore, 10 gennaio 2017). Ed è il museo più visitato al mondo. Il Metropolitan di New York, lo scorso anno, risultava in prefallimento, con conti in rosso per 40 milioni di euro. E si potrebbe continuare, con esempi più o meno noti, più o meno virtuosi, ma tenacemente fedeli a un principio: queste grandiose istituzioni ottocentesche possono, tutt’al più, sperare di arrivare a pagarsi le bollette. Diventa facile, quindi, in tempi in cui il dibattito politico è rapido e diretto (e rifugge come la peste relitti comunicativi novecenteschi quali la ponderazione, la misura e la sobrietà nel parlare) criticare bollando tali istituzioni come“inutili e costose”, “fallimentare” la loro gestione, e, in definitiva, uno spreco di soldi pubblici. E tuttavia, qualcuno potrebbe suggerire, i musei fanno parte di quell’imponderabile ricchezza che ha reso grande il nostro Paese, e l’Europa tutta. Ma attenzione: imponderabile non vuol dire inconsistente. E su questo la nostra linea è sempre stata chiarissima fin dalla campagna elettorale.  Ci si interroga mai, ad esempio, sulla ricchezza che si innesca quando, dopo la visita a un museo, in un giovanissimo visitatore scatta un interesse particolare, qualcosa che gli apre uno scenario sconosciuto, qualcosa capace di indirizzare la sua intera vita? E vuoi mettere la ricchezza di vivere accanto a un museo, o a un’area archeologica, invece che accanto a una fabbrica abbandonata, magari frequentata da spacciatori? Per quantificarla non occorre scomodare professori di chiara fama: qualunque agente immobiliare può confermarlo.E si potrebbe continuare. L’elenco degli effetti che un nuovo museo è in grado di produrre è lungo e variegato. Sono effetti socioeconomici, turistici, culturali, ambientali, urbanistici e, perché no, affettivi.E non si esauriscono certo nel tempo di una legislatura.

Queste riflessioni hanno guidato il mio intervento in commissione. Ho chiesto conto della scelta della data di apertura, dell’attuale mancanza di una forte campagna di lancio promozionale. Ho sottolineato che ritengo estremamente prudenziale (e su questo il dottor Natali ha concordato con me) la previsione di 60mila visitatori, alla luce dei 177mila visitatori attuali della Basilica di Sant’Apollinare in Classe. Dovremmo porci obiettivi più alti, per conseguire i quali servono però interventi sulle strutture, sui collegamenti e trasporti, sull’arredo urbano. Sono questioni doverose da porsi da chi si candida ad amministrare una città, tenendo sempre presente che il valore intrinseco di un’istituzione culturale non può essere misurato solo dal numero dei biglietti staccati o dai gadget venduti in un bookshop.
Dibattere in merito all’istituzione di un museo su quali sono i costi e i benefici per la comunità che lo ospita e sui modi migliori per gestirlo può essere assai stimolante. Con una sola raccomandazione a tutti i soggetti in causa: per dibattere bisogna essere disposti anche ad ascoltare.

Massimo Manzoli, capogruppo in consiglio comunale di Ravenna in Comune 

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