Suono ma nessuno apre

Opinioni

Suono ma nessuno apre

A cura di Matteo Fabbri

Quando la musica azzera le differenze: il ruolo della discomusic nel riscatto delle minoranze

Era una musica multi-generazionale: la ascoltava il ragazzino così come l’anziano. Era un fenomeno di aggregazione, di riscatto delle minoranze, senza distinzione di colore, età, ceto sociale. Ma anche senza distinzione di genere

Proseguiamo nel solco creato la scorsa settimana sulle tendenze musicali all’apparenza più frivole che in realtà contenevano messaggi di forte impatto sociale. In un episodio del podcast di Suono Ma Nessuno Apre ho intervistato Andrea Angeli Bufalini, giornalista, critico musicale, collaboratore Rai e co-autore assieme a Giovanni Savastano del libro “La Storia della Discomusic” (Hoepli). Con lui abbiamo parlato di un movimento fondamentale nella storia della musica anche e soprattutto per il suo carattere sociale: la discomusic. Una scena ingiustamente trascurata, trattata con superficialità, quando non direttamente bistrattata e considerata di serie B, ma che in realtà di qualità e valore ne aveva tantissimo.

Diciamolo una volta per tutte: va bene le luci psichedeliche, va bene le paillette, i colori sgargianti, ecc. Ma la discomusic è stata forse la corrente musicale che più di ogni altra ha contribuito ad abbattere le barriere sociali, attaccare l’omofobia, lottare contro il razzismo, rappresentare le minoranze e coinvolgere un po’ tutti. La disco nacque “black”, come evoluzione del rhythm&blues, del jazz, del funk e del soul. Nacque underground, nei ghetti, negli scantinati di New York. Ma questo non era considerato all’epoca, veniva messo in evidenza più il lato di divertimento e spensieratezza (come se poi divertirsi fosse una colpa). Veniva considerata musica troppo commerciale, semplice, scanzonata e quindi dedita solo alla fisicità, al ballo e niente più: nessun messaggio importante, nessun contenuto di rilievo. I critici la prendevano sotto gamba perché contemporaneamente c’era il grande rock e quindi, in un certo senso, non si poteva permettere che un genere musicale afroamericano scalfisse l’egemonia del rock bianco. Invece non solo lo fece, ma addirittura a un certo punto prese il sopravvento, come dimostra nel ‘79 la copertina di Newsweek (un magazine non esattamente musicale) che ritraeva una raggiante Donna Summer con la scritta “Disco Takes Over”.

Da lì in poi è cominciato un boicottaggio nei confronti della Disco perché aveva intaccato il mercato discografico e radiofonico, i due poli principali che ora dovevano fare i conti con un terzo polo che era quello dei dj, ormai diventati dei veri e propri trendsetter: quando un brano passava in una discoteca importante come il Loft o lo Studio 54, il giorno dopo le persone aspettavano l’apertura del negozio di dischi più vicino per acquistare il 45 giri di quel brano che avevano sentito la notte prima. A proposito di discoteche: il bello della discomusic è che in quelle sale da ballo c’erano proprio tutti: il ricco e il povero, donne e uomini, il bianco e il nero, eterosessuali e omosessuali. Non c’erano differenze, nemmeno di età. Era una musica multi-generazionale: la ascoltava il ragazzino così come l’anziano. Era un fenomeno di aggregazione, di riscatto delle minoranze, senza distinzione di colore, età, ceto sociale. Ma anche senza distinzione di genere.

Forse è grazie alla discomusic che la donna inizia a prendere una certa consapevolezza. La donna è al centro della discomusic e per la prima volta riesce a impossessarsi del mercato discografico arrivando ai primi posti delle classifiche mondiali - pensiamo a Donna Summer e Gloria Gaynor, due superstar afroamericane ai vertici delle classifiche mondiali, cosa che prima non succedeva, tranne forse con Diana Ross che però era in un gruppo, non da sola. Ecco, la donna con la discomusic diventa protagonista. Nonostante ciò certi movimenti, soprattutto in Italia, reputavano che con la disco la donna diventasse una “donna-oggetto”, alla mercè dei voleri erotici del maschio, perché ballava in déshabillé. In realtà fu un grosso abbaglio, perché con la discomusic per la prima volta la donna diventa “soggetto” e si impossessa della propria sessualità senza il bisogno della figura maschile accanto: si veda ancora Donna Summer che emette finti orgasmi da sola in “Love To Love You Baby”.

Tutti questi pregiudizi nei confronti dell’universo discomusic erano ancora più forti in Italia, dove si era fatto largo quel preconcetto per cui se non eri un cantautore e non facevi rock impegnato, allora non valevi nulla. In realtà grandi gruppi, come gli Earth Wind & Fire oppure i Kool & The Gang, che erano partiti anni prima dal blues, dal soul e dal jazz, a metà anni ‘70 si sono imbarcati in quei nuovi ritmi perché per loro erano semplicemente un’evoluzione naturale della musica afroamericana, non un qualcosa di studiato a tavolino. Che poi vendessero era un altro discorso. La disco ha avuto un unico grosso difetto: quello di vendere troppo. In ogni casa c’era almeno un 45 giri di Barry White o dei Bee Gees. In Italia si arrivò addirittura a estremizzare politicamente (cosa che all’estero per fortuna non accadde), nel senso che se ti piaceva la discomusic eri per forza di destra, mentre se ti piacevano i cantautori allora eri di sinistra; se andavi in discoteca eri una ricco figlio di papà, e così via. Nulla di più falso. Un esempio lampante risiede proprio nella pellicola “La Febbre Del Sabato Sera”: il protagonista, Tony Manero, non era certo un figlio di papà, anzi, era un proletario che di giorno lavorava in un negozio di vernici e di notte diventava il re della serata, riscattando il suo ruolo di persona che ai margini della società. Questo perché in pista ognuno poteva essere se stesso e aggregarsi ad altre persone diverse per ceto sociale, orientamento sessuale o colore della pelle. Il bello della pista da ballo e della discomusic è stato proprio questo: azzerare le differenze. Ognuno era simile ai propri dissimili.

Oggi molti critici del tempo, quelli più elastici, si sono ricreduti e hanno fatto mea culpa, più o meno esplicitamente. Altri invece non si schiodano. Non stupisce che se cerchi un libro su artisti come Bob Dylan, Jimi Hendrix o Pink Floyd ne trovi a centinaia, mentre su artisti come Isaac Hayes, Nile Rodgers o Diana Ross in Italia non ci sia praticamente nulla. E dire che la disco è un genere ricco di sfumature e diramazioni: dalla corrente black più funky a quella bianca europea più elettronica. E, soprattutto, si tratta di un genere cantato che mette in evidenza le voci, soprattutto quelle femminili. La discomusic è policroma, esattamente come i messaggi importanti che trainava.

A questo link è possibile ascoltre il podcast della puntata

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