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Suono ma nessuno apre

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A cura di Matteo Fabbri

'In the air tonight', l'addio alle scene e ai Genesis di Phil Collins

Lunedì è stata battuta la notizia dell’addio ufficiale alle scene del buon Phil. Lo ha dichiarato lui personalmente durante l’ultimo concerto alla “O2 Arena” di Londra

Qualche settimana fa avevo scritto un articolo in cui tessevo le lodi di Phil Collins contro i tanti detrattori che nel tempo lo hanno trasformato in uno dei personaggi più odiati del rock. E proprio lunedì è stata battuta la notizia dell’addio ufficiale alle scene del buon Phil. Lo ha dichiarato lui personalmente durante l’ultimo concerto alla “O2 Arena” di Londra. Purtroppo non ce la fa più, a fatica si regge in piedi ed è costretto a cantare da seduto, sforzandosi e patendo un dolore atroce per colpa di quella schiena che proprio non vuole lasciarlo in pace. Eppure, anche in un momento così sofferto, non è mancato il suo senso dell’umorismo: “Dopo stasera, dobbiamo trovarci un vero lavoro”, ha esclamato con sarcasmo e una punta di malinconia.

Perché, in fin dei conti, Phil Collins ha sempre cercato di affrontare la vita col sorriso, anche nei momenti più bui (che pure una rockstar di successo come lui ha avuto). A suggellare questo atto conclusivo, una foto commovente nel backstage dello show che lo ritrae assieme all’amico di una vita ed ex compagno nei Genesis: quel Peter Gabriel che tanti fan storici della band vedono come idolo assoluto, contrariamente a Collins, considerato invece l’artefice del decadimento del buon nome del gruppo. In occasione di questo addio, voglio proporvi un nuovo articolo su di lui, diverso da quello precedente e incentrato in particolare su una canzone, la sua canzone simbolo. Raccontandola in prima persona, immaginando di essere lui.

Sto male, non posso fare a meno di ripeterlo. Eppure, più che il dolore fisico, a farmi tribolare negli anni sono state le persone. Mi hanno lacerato. Più volte sono caduto di depressione, e ho sofferto di dipendenza dall'alcol. Sono arrivato perfino a pensare al suicidio. E se non avessi avuto figli forse avrei portato a termine l'insano gesto. Pensate: ‘Phil Collins, uno dei personaggi più ricchi dell’industria musicale, morto suicida’. Su tutti i giornali. A distruggermi psicologicamente sono state prima di tutto le mie tre ex mogli. Dell’ultima, poi, non voglio nemmeno parlarne. Mi sono fidato troppo e alla fine tutti i miei matrimoni sono naufragati. Sicuramente è anche colpa mia: le cose si fanno sempre in due. Ho sempre cercato di uscire dalle brutte situazioni attraverso la musica. La mia musica. Ma anche quella di altri. Non a caso ho omaggiato molti amici e stimati colleghi proponendo tante cover di canzoni che amo.

Il momento che mi ha segnato di più è stato, nel 1980, la fine del mio primo matrimonio, quello con Andrea, la ragazza che avevo conosciuto quando entrambi eravamo ancora due bambini. All’epoca ero stra-impegnato coi Genesis, il mio gruppo di cui oltre che batterista, dopo l’abbandono del mio buon amico Peter Gabriel, da qualche anno quasi per caso ero diventato pure frontman. Pensate: io, basso, bruttino, grassoccio, sfigatello, pochi capelli, a capo di una band. Chi l’avrebbe mai detto? Io no di certo. Eppure lì ancora non esisteva Phil Collins. Il Phil Collins che conoscete tutti. Esistevano i Genesis, appunto. E io ero uno di loro. La mia carriera solista non era ancora cominciata. Anzi, forse non lo sapete ma fino a quel momento, nonostante avessi già trent’anni e fossi nella band ormai da dieci, non avevo ancora mai scritto una singola canzone. Pensavo di non esserne in grado, mi limitavo a fare i miei compiti ai tamburi, ai cori, qualche arrangiamento e magari alcuni versi qua e là. E a detta degli altri ero anche piuttosto bravo. Ricamavo alle spalle. Ma un pezzo intero no, quello non lo avevo mai firmato. Poi nel 1980, appunto, tornai a casa dopo una lunga tournée e scoprii che mia moglie mi aveva lasciato. Mi aveva tradito con l’imbianchino, quello che avevamo ingaggiato insieme per sistemare la casa in cui saremmo dovuti andare a vivere. Fino a quel momento credevo di essere invincibile.

Da lì il baratro: entrai in una crisi esistenziale apparentemente senza fine. Avvisai subito i miei compagni di band che mi sarei preso una pausa, una lunga pausa. Ne avevo bisogno. Isolarmi, bere, piangere e stare completamente da solo mi distrusse. Ma a posteriori mi fece diventare Phil Collins. Non avevo ancora mai scritto una canzone, vi dicevo, ma volevo provarci. Il dolore era così forte e pensavo che forse scrivere mi avrebbe aiutato a esorcizzarlo. Se non la musica, chi può salvarmi? Mi misi al pianoforte e, come una specie di magia, improvvisamente le note e le melodie uscirono fuori in maniera naturale. Erano semplici, usavo pochi accordi ma tremendamente efficaci. Emozionavano me. E avrebbero scosso il cuore di tanti. Misi nero su bianco le lacrime, la malinconia, la paura e la rabbia che covavo dopo la rottura con Andrea. E queste hanno avuto il potere di farmi diventare un cantautore. Di farmi diventare il Phil Collins che conoscete tutti. Quei brani sarebbero confluiti nel mio primo disco solista, intitolato ‘Face Value’, dai tratti molto cupi. Un album in cui si percepisce la sofferenza, il tormento e la tensione che provavo in quel periodo, notte dopo notte, giorno dopo giorno, in compagnia dell’inseparabile boccia di whiskey. Quando lo riascolto, mi rendo conto che la mia crisi interiore si manifestava in ogni traccia. A parlare era un cuore spezzato e la mia ex compariva, più o meno velatamente, in ogni passaggio. Come dimostra “In The Air Tonight”, uno dei miei pezzi più famosi, forse il più caratteristico per via di quell’attacco di batteria che sembra quasi colpirti in faccia.

Del resto, a quel tempo non ero ancora il Phil Collins delle canzoni pop smielate. Ero principalmente un batterista e il mio suono di batteria, potente e impetuoso, sarebbe diventato un marchio di fabbrica. Potete odiarmi ma ‘In The Air Tonight’ non è certo una canzone che potrebbero scrivere tutti! Nel testo, secco e diretto, racchiudo in immagini forti il sentimento di rancore che provavo in quel momento, da marito tradito. Non mi pento di aver usato parole controverse. Quando nella canzone dico ‘e se mi avessi detto che stavi affogando, non ti avrei aiutato’, lo pensavo veramente. Se l’avessi vista annegare, a quel tempo non avrei allungato la mano per salvarla. Oggi forse sì, la vita va avanti. Ma lì, in quel momento, avevo deciso di lasciarla affogare nell’acqua alta dei miei pensieri, imperturbabile. Come per nutrire il mio desiderio di vendetta. Perché è ciò che meritava. Il male che mi ha fatto lo ricorderò per sempre. Con ‘In The Air Tonight’, quindi, avete iniziato a conoscermi veramente. Con essa vi ho mostrato per la prima volta il mio lato nascosto e più oscuro, intriso di tristezza...”.

A questo link è possibile ascoltare la puntata del podcast

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