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Romagna terra di grandi personaggi

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A cura di Lorenzo Matteucci

Giovanni Acuto e il 'Sacco di Cesena'

Tra le pagine più buie della storia romagnola, oltre alla famosa battaglia di Ravenna - di cui abbiamo avuto occasione di parlare alcune settimane fa - possiamo ricordare il ‘Sacco di Cesena’, detto anche ‘Sacco dei Bretoni’

Tra le pagine più buie della storia romagnola, oltre alla famosa battaglia di Ravenna - di cui abbiamo avuto occasione di parlare alcune settimane fa - possiamo ricordare il ‘Sacco di Cesena’, detto anche ‘Sacco dei Bretoni’. Il contesto è quello della cosiddetta Guerra degli Otto Santi, che, in pieno Medioevo, vide affrontarsi le truppe dello Stato della Chiesa e quelle della Repubblica di Firenze (e città sue alleate o subalterne).

L’apice della violenza di quello scontro fu toccato tra il 1 e il 3 febbraio del 1377, proprio in terra di Romagna. In quei giorni, infatti, su ordine del cardinale Roberto di Ginevra, le truppe mercenarie al seguito dell’esercito pontificio - costituite soprattutto da soldati bretoni impegnati nell’assedio di Bologna - sedarono una rivolta, nata in seguito ad una lite, della popolazione cesenate, soffocata e sopraffatta dall'occupazione dei soldati di ventura. 

La tracimante violenza di quell’episodio di massacro della popolazione (si stima un numero di morti compreso tra i 4000 e i 5000) e di razzia della città fa ancora oggi parlare di ‘Sacco di Cesena’.  Ma, in tutto questo, quale fu il ruolo di Giovanni Acuto? Ma soprattutto, chi era costui? 

Giovanni Acuto (il nome è la versione italianizzata di John Hawkwood), era un condottiero inglese, che in quell’occasione fu chiamato, insieme naturalmente al suo esercito, da Roberto di Ginevra per fornire aiuto alle truppe mercenarie bretoni impegnate a reprimere il tumulto cesenate. In seguito al massacro, Acuto decise di rinnegare l’appoggio allo Stato della Chiesa e di passare al servizio della Repubblica di Firenze (si dice addirittura che egli, nella carneficina di Cesena, avrebbe aiutato mille donne cesenati a fuggire, tanto da meritarsi l’appellativo di ‘mercenario-gentiluomo’).

Da quel momento Acuto tentò di vivere come un signore italiano, con base nei suoi possedimenti che proprio in Romagna il Pontefice gli aveva donato all’inizio della Guerra degli Otto Santi, in particolare a Cotignola e a Bagnacavallo, entrando però presto in conflitto con il faentino Astorre Manfredi. Pochi anni dopo, nel 1381, Acuto vendette i suoi possedimenti romagnoli a Niccolò d’Este e tornò a condurre la vita di capitano di ventura, chiudendo la sua ‘esperienza’ in Romagna e girovagando per l’Italia fino alla morte, sopraggiunta nel 1394.

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