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Baci rubati e amori tragici: le coppie di innamorati che hanno lasciato il segno a Ravenna

Storie d'amore celebri e meno note che hanno tracciato in maniera indelebile il passato della città dando vita a tradizioni e leggende

Ravenna non è dopotutto solo la città dei mosaici, è un luogo denso di storie, tradizioni e leggende che si può raccontare attraverso mille e più temi. Fra questi anche l'amore. Gli amori cortesi e gli amori negati, con finale tragico o a lieto fine. Vi sono vicende note ben oltre i confini ravennati e altre un po' dimenticate, ma che vale la pena riscoprire

George e Teresa

George Gordon Noel Byron, meglio noto come Lord Byron giunse per la prima volta in Italia nel 1816. Poeta e politico dotato di grande fascino, ebbe una giovinezza burrascosa e una lunga serie di amori. Giunto a Venezia però perse la testa per la bellissima Teresa Gamba, sposa del conte Guiccioli (molto più anziano di lei). Tra i due fu colpo di fulmine e prestogli amanti si stabilirono a Ravenna, dove viveva la famiglia Guiccioli. Nell'inverno del 1920 Lord Byron fu anche protagonista di un'azione ecclatante. Si presentò infatti alla festa del Conte Cavalli (in via Salara) con sette domestici, nove cavalli, tre pavoni, due gatti, un mastino e un’oca, annunciandosi come il cavalier servente della Contessa Teresa. Insomma, che Lord Byron fosse l'amante ufficiale di Teresa lo sapevano tutti, compreso il conte Guiccioli che addirittura lo ospitò al primo piano del suo palazzo in via Cavour. La coppia visse insieme alcuni anni felici, fino a che nel 1823, il poeta aderì alla spedizione che sosteneva la guerra d'indipendenza greca contro l'Impero ottomano. Perse la vita in Grecia il 19 aprile 1824. Teresa, che nel frattempo si era separata dal marito, ebbe in seguito altri amanti, si risposò e visse tra Francia e Italia fino alla sua morte nel 1873.

Paolo e Francesca

Amor, ch’al cor gentil ratto s’apprende, prese costui de la bella persona che mi fu tolta; e ‘l modo ancor m’offende. Amor, ch’a nullo amato amar perdona, mi prese del costui piacer sì forte, che, come vedi, ancor non m’abbandona. Amor condusse noi ad una morte. Questi sono solo alcuni dei celebri versi che Dante Alighieri dedica a Paolo e Francesca, figure centrali del V canto dell'Inferno e simboli dell'amore tragico in tutto il mondo. Paolo Malatesta e Francesca da Polenta in vita furono cognati: Francesca era infatti sposata con Gianciotto, fratello di Paolo. La leggenda vuole che proprio il bello e piacente Paolo fosse giunto a Ravenna per chiedere la mano di Francesca, ma non per sè, quanto per il fratello Gianciotto, detto lo sciancato. La storia d'amore segreta di Paolo Francesca (narrata da Dante, ma anche altri autori come Pellico e D'annunzio) è però di breve durata. Colti in flagrante da Gianciotto, i due amanti furono brutalmente uccisi.

Bernardino e Susanna

Quella di Giulietta e Romeo è forse la coppia d'innamorati più celebre al mondo, ma la loro tragica vicenda non è così unica. Anche a Ravenna vi furono due giovani appartenenti a famiglie aristocratiche rivali, il cui amore non poteva essere tollerato. I due tristi innamorati erano Bernardino Diedi e Susanna Succi. Originari di Venezia, i Diedi abitavano a Ravenna in una palazzina in stile veneziano ancora visibile nell’attuale via Raul Gardini. Poco distante, sorgeva il palazzo di Girolamo Rasponi (oggi Palazzo Vitelloni, in via Guerrini), casa frequentata anche da Susanna Succi, nipote del conte Rasponi. Dalle inevitabili frequentazioni fra le due famiglie scoccò la scintilla fra Bernardino e Susanna e non passò molto tempo prima che i due giovani si sposassero. Ma l'unione non piacque a Girolamo Rasponi: secondo il conte infatti Bernardino, prima di innamorarsi di Susanna, aveva frequentato intimamente una delle sue sorelle. La notte del 29 gennaio 1576 Girolamo Rasponi portò a termine la sua vendetta. Al comando di un gruppo di soldati irruppe a palazzo Diedi e uccise varie persone, fra cui anche la coppia di innamorati. Scamparono alla tragedia solo la balia e la primogenita di Susanna e Bernardino. Il delitto però non rimase impunito: poco tempo dopo il papa Gregorio XIII punì Girolamo Rasponi facendo demolire il suo sontuoso palazzo.

Giuseppe e Anita

Un altra storia d'amore drammatica attraversò le terre ravennati. Protagonisti due paladini del risorgimento italiano: Giuseppe Garibaldi e Ana Maria de Jesus Ribeiro da Silva, meglio conosciuta come Anita Garibaldi. Innamoratisi in Brasile, i due ebbero una vita quanto mai avventurosa attraverso tutto il Sudamerica. Lei era una grande amazzone, lui un esperto di comabattimento. Si sposarono il 26 marzo 1842 a Montevideo e dalla loro unione nacquero quattro figli. Assieme si trasferirono in Italia per tentare una straordinaria impresa rivoluzionaria. Era il 4 luglio 1849 quando la Repubblica Romana, che Garibaldi sosteneva, dovette cedere ai francesi. La sconfitta costrinse la coppia a una disperata fuga verso Venezia. Per Anita si trattò di un viaggio troppo complicato. Incinta di 4 mesi, Anita giunse a San Marino in preda alla febbre. Proseguì con il marito attraverso il territorio romagnolo, ma all'altezza della Punta di Goro rischiarono di essere catturati. Cervcarono riparo nelle valli di Comacchio dove le condizioni di Anita peggiorarono rapidamente. Giunsero infine alla fattoria Guiccioli, a Mandriole, dove Anita morì il 4 agosto 1849.

Il fornaio e la sarta

Se questo insieme di amori dall'esito tragico vi ha buttato giù il morale, ecco una storia per tirarvi un po' su. Stavolta però abbiamo a che fare con una leggenda cittadina e una tradizione che ancor oggi si tramanda. Pare infatti che nella Ravenna dei tempi passati fosse nata una storia d'amore tra un pasticcere e una giovane sarta. Il loro sentimento era però ostacolato dalla famiglia della ragazza, contraria all'unione. Non potendo incontrarsi con la sua amata, il pasticcere non si abbattè, ma anzi si ingegnò per tenere vivo l'amore della ragazza. L'innamorato creò quindi la ricetta di un biscotto a forma di bambola e lo regalò alla giovane sarta per farla felice. E forse fu appellandosi alla bontà di Santa Caterina, protettrice delle sarte e delle fanciulle in età da marino.

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