Casse di colmata, Ancisi invia un esposto alla Procura: "Mai chieste le garanzie finanziarie"

Il capolista di Lista per Ravenna chiede di valutare se e quali eventuali ipotesi di reato si possano configurare nell'ambito della vicenda dei fanghi.

Alvaro Ancisi, capolista di Lista per Ravenna, ha prodotto un esposto, indirizzato alla Procura della Repubblica, in cui segnala le informazioni raccolte, grazie alla collaborazione del consigliere provinciale Gianfranco Spadoni, esponente dello stesso movimento civico, sulle autorizzazioni provvisorie rilasciate dalla Provincia per il deposito dei fanghi portuali in sette casse di colmata.
L’indagine di Ancisi risale al 26 novembre 2015, quando Spadoni chiese alla propria Amministrazione provinciale copia delle autorizzazioni provvisorie rilasciate per il deposito temporaneo di fanghi di dragaggio nelle casse di colmata esistenti in ambito portuale. In data 1° dicembre Spadoni ricevette in risposta le copie di 27 atti di autorizzazione rilasciati tra il 18 novembre 2002 e il 22 aprile 2011, così distinti (allegato 1):
⦁ n. 6 per la cassa Trattaroli 1 (1 a SAC, 5 a Sapir);
⦁ n. 3 per la cassa Trattaroli 2 (1 a SAC, 3 a Sapir);
⦁ n. 6 per la cassa Trattaroli 3 (1 a SAC, 1 a La Dragaggi, 4 a CMC);
⦁ n. 5 per la cassa Nadep interna (tutte a CMC);
⦁ n. 2 per la cassa Nadep centrale (tutte a CMC);
⦁ n. 2 per la cassa Nadep (tutte a CMC);
⦁ n. 3 per la cassa Centro direzionale (tutte a CMC).
Ai sensi di legge, la Provincia, a pegno delle prescrizioni contenute nelle varie autorizzazioni, avrebbe dovuto richiedere garanzie finanziarie commisurate alla capacità autorizzata della discarica e alla tipologia dei rifiuti conferiti, nel caso rifiuti speciali non pericolosi.
Riguardo a tali autorizzazioni, Spadoni ha poi chiesto alla Provincia, in data 16 gennaio 2016, senza esito, e ripetuto la richiesta il 2 aprile, l’elenco delle garanzie finanziarie depositate. La risposta, datata 18 aprile 2016, pervenuta dalla direttrice dell’agenzia ambientale dell’Emilia-Romagna ARPAE, è stata che,
“in merito ad autorizzazioni rilasciate per conferimenti di fanghi per deposito temporaneo in casse di colmata portuali, non risultano agli atti garanzie finanziarie depositate a favore della Provincia di Ravenna” (allegato 2).
Da un conteggio superficiale effettuato sugli atti di concessione di cui sopra, i volumi di fanghi così conferiti nelle cave di colmata portuali assommerebbero a 5.057.491 metri cubi, così distinti tra le società a cui sono stati intestati gli atti di concessione:
SAC : mc 1.000.000;
SAPIR: mc 145.000 (n.b.: di cui 48.300 per fanghi provenienti dal riminese, cesenate e cervese);
La Dragaggi: mc 20.000;
CMC: mc 3.892.391. .
Per tali “operazioni di recupero” di rifiuti non pericolosi, tramite
“messa in riserva (operazione R13)”, la Regione prescrive che “l'ammontare della garanzia finanziaria deve essere calcolato moltiplicando la capacità massima istantanea di stoccaggio, espressa in tonnellate, per... 140,00 euro/ton. L’importo minimo della garanzia è, comunque, pari a 20.000,00 euro”. A titolo meramente indicativo, il peso specifico dei fanghi di dragaggio per ogni metro cubo potrebbe essere approssimativamente calcolato, forse per difetto, tra le 1,6 tonnellate della sabbia e le 2,1 tonnellate della sabbia bagnata, ipotizzando così un valore medio di 1,85 tonnellate. Ne risulterebbe che i mancati introiti della Provincia, in termini di garanzie finanziarie, sarebbero di 935 milioni e 635.835 euro. Quasi un miliardo di euro per intenderci, che, salvo le garanzie riferite ad operazioni eventualmente andate a buon termine, sarebbe mancato nella disponibilità della Provincia.
"CASSE DI COLMATA COME DISCARICHE ABUSIVE DI RIFIUTI". Quanto sopra assume maggiore evidenza se inquadrato nell’indagine giudiziaria svolta dalla Procura, secondo cui, a quanto si è letto sulla stampa, nelle suddette casse di colmata risulterebbero depositati fanghi di dragaggio del volume complessivo di circa 3,3 milioni, le cui autorizzazioni all’immissione, rilasciate dalla Provincia per un periodo massimo di tre anni, come prevede la normativa, e condizionate al trasferimento definitivo dei rifiuti ad altro luogo per operazioni di recupero ambientale, sarebbero scadute da numerosi anni. Dall’esame superficiale dei 27 atti di autorizzazione di cui sopra, le rispettive scadenze di detti termini sembrerebbero collocarsi tra il 2005 e il 2012. A causa di ciò le casse di colmata, ormai ripiene, fino ad un’altezza di 6-7 metri, sarebbero dunque diventate, secondo l’autorità giudiziaria, discariche di rifiuti non autorizzate. Solo una parte dei fanghi sarebbe uscita dalle casse di colmata per essere forse avviata a recupero ambientale, in presenza anche di contratti d’appalto che sarebbero stati stipulati allo scopo senza avere avuto seguito.
Dato il numero, il volume e la lunga durata delle discariche abusive, potrebbe sussistere un danno igienico/ambientale, con effetto anche sul paesaggio. L’incontrollata durevole permanenza dei rifiuti sul posto potrebbe aver prodotto inquinamento del suolo, del sottosuolo, delle acque superficiali, delle acque sotterranee, con superamento delle concentrazioni soglia di rischio tali da imporre, ai sensi dell’art. 257 del Codice ambientale, la bonifica dei siti contaminati.
Le garanzie finanziarie avrebbero dovuto, secondo la normativa regionale, “garantire la copertura dei costi delle seguenti operazioni: - smaltimento e recupero degli eventuali rifiuti rimasti all’interno dell’impianto; - bonifica che si rendesse necessaria dell’area e delle installazioni fisse e mobili, ivi compreso lo smaltimento dei rifiuti derivanti dalle operazioni anzidette, nel periodo di validità della garanzia finanziaria”. Operazioni tutte impossibili, per le quantità dei fanghi non rimosse entro la scadenza dei termini dovuti, essendo mancate le garanzie finanziarie.
Circa il mancato riscontro da parte del sindaco di Ravenna alla diffida del 3 aprile 2015, rivoltagli dal sottoscritto, ad ordinare la rimozione dei fanghi di dragaggio illecitamente depositati nelle casse di colmata medesime, Ancisi ha riferito alla Procura con esposto a parte, pubblicizzato nei giorni scorsi.
Ancisi chiede dunque alla Procura di valutare, in considerazione di una presunta violazione di norme correlata ad un vantaggio economico per soggetti terzi e ad un danno per la pubblica amministrazione, non escludendo eventuali danni di natura ambientale, se e quali eventuali ipotesi di reato possano configurarsi nei fatti esposti, nonché se sussistano gli estremi per effettuarne segnalazione alla Procura regionale della Corte dei Conti.
Questo scandalo, perfino difficile da immaginare, non si esaurisce in quanto sopra.
· La Sapir, fin da quando esiste l’Autorità Portuale di Ravenna, ha ricevuto compensi per la locazione delle aree delle casse di colmata, che sono tutte di sue proprietà, anche nei periodi in cui le autorizzazione concesse dalla Provincia - di cui è socia e parte del sindacato di voto, insieme anche al Comune e alla Regione - erano scadute. Anche ciò deve essere chiamato in causa.
· I fanghi messi in riserva provvisoria nelle casse di colmata, non rimossi alla scadenza delle autorizzazioni, avrebbero dovuto essere rimossi dalla Provincia utilizzando le dovute garanzie finanziarie. Se ciò fosse avvenuto, come la legge chiaramente impone, l’approfondimento del porto di Ravenna, bloccato da molti anni, con la conseguente sua stagnazione, non avrebbe avuto problemi ad essere effettuato, almeno dagli attuali -10,5 metri a -12,50, utilizzando, per il deposito dei fanghi estratti, le casse di colmata tempestivamente svuotate. Quanti miliardi di euro sono stati così sottratti all’economia commerciale e industriale del porto, e dunque all’occupazione, e dunque alla cittadinanza di Ravenna?
Le enormi responsabilità politiche di chi ha governato le istituzioni pubbliche regionali e locali e la Sapir stessa, tutte coinvolte in questa vicenda, mettono alla sbarra in prima persona i loro vertici, tutti del PD. Principale chiamato in causa è il presidente della Provincia, Claudio Casadio.
Si può prevedere come possa cambiare qualcosa a Ravenna, rispetto a tal modo di amministrare la cosa pubblica, se come prossimo sindaco fosse eletto il segretario provinciale del PD in carica.
 
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