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Cronaca

750 vittime accolte nei centri antiviolenza: nasce un accordo per aiutare donne e minori

A livello regionale la cifra si aggira attorno alle 3000 vittime di una o più forme di violenza: nell'ordine, in Emilia Romagna le più frequenti sono le vittime di violenza psicologica, poi fisica e infine sessuale

100 nei Comuni della Bassa Romagna, 200 in quelli dell'Unione faentina e addirittura 450 tra Ravenna, Cervia e Russi: sono numeri che fanno accapponare la pelle quelli relativi alle donne accolte nei centri antiviolenza della provincia nel 2017. A livello regionale la cifra si aggira attorno alle 3000 vittime di una o più forme di violenza: nell'ordine, in Emilia Romagna le più frequenti sono le vittime di violenza psicologica, poi quelle che hanno subito una violenza fisica e, infine, le donne vittima di violenza sessuale, che passano tramite un percorso che inizia nelle "case emergenza" (o in alcuni casi più "emergenziali" in alberghi o bed and breakfast), poi nelle "case rifugio" (a indirizzo segreto) e infine nelle "case di semiautonomia" (strutture che danno risposte d'uscita dalla situazione di protezione). Oltre a questo sono previsti finanziamenti regionali per aiutare le vittime nei percorsi di autonomia abitativa, ad esempio per pagare le prime quote d'affitto per una donna che ha terminato il suo percorso nei centri antiviolenza (per il 2017 si tratta di massimo ottomila euro a donna). Tra Ravenna, Cervia e Russi le case rifugio sono tre e possono ospitare in tutto fino a 27 persone, e al momento sono tutte piene (a breve a Cervia aprirà una casa di semiautonomia, mentre come case emergenza vengono sfruttati hotel e b&b); in Bassa Romagna si trova una casa rifugio da sei posti letto, mentre cinque persone possono essere ospitate nelle case emergenza e 20 nelle case di semiautonomia; a Faenza, infine, si trovano due case rifugio (una terza aprirà a breve) per un totale di circa 20 ospiti, oltre a una casa di semiautonomia da otto posti letto e a una casa emergenza per un nucleo monofamiliare.

Per cercare di creare una rete più salda tra i tre centri antiviolenza della provincia, in modo da fornire supporto e accoglienza reciproci a donne o madri con minori nelle case rifugio, è stato siglato un protocollo d’intesa tra l’Unione dei Comuni della Bassa Romagna, l’Unione dei Comuni della Romagna faentina e i Comuni di Ravenna, Cervia e Russi, l'Azienda sanitaria locale della Romagna e le associazioni Linea Rosa (per Ravenna, Cervia e Russi), Demetra (per la Bassa Romagna) e Sos Donna (per l'Unione faentina), insieme all'associazione Donne in aiuto. L’accordo, valido fino al 31 dicembre 2020, persegue l’obiettivo della creazione di sinergie sia a livello operativo, sia a livello economico nell’esigenza di promuovere la piena applicazione del diritto alla tutela e alla protezione delle donne/madri con figli minori che hanno subito maltrattamenti e abusi e/o figli minori che hanno assistito a qualsiasi forma di violenza perpetrata da parte di altri.

"Siamo in un momento storico in cui si sta puntando molto sull'implementazione di strumentazioni e normative su questi temi - spiega l'assessora alle Politiche e cultura di genere del Comune di Ravenna Ouidad Bakkali - Perciò abbiamo pensato di dare parità di servizi a tutte le donne vittime di violenza della provincia, a discapito del comune di residenza della stessa". L'idea è nata a partire da un caso specifico e drammatico: una donna accolta, tempo fa, in una casa rifugio della Bassa Romagna, che fu costretta a trasferirsi in un centro antiviolenza del faentino per motivi di sicurezza, per metterla così in una condizione di maggiore libertà, se di libertà si può parlare. In quel caso la donna avrebbe dovuto pagare una retta mensile, poichè ospitata in un Comune diverso da quello di residenza: da qui l'idea di questo protocollo d'intesa, grazie a cui ogni donna possa sentirsi accolta e protetta in ogni centro indistintamente, risparmiandosi ulteriori problemi burocratici ed economici.

"Siamo un territorio fortunato, è singolare il fatto di avere ben tre centri antiviolenza che accolgono donne e minori - spiega Paola Pula, sindaca di Conselice e assessora alle Pari Opportunità dell'unione dei Comuni della Bassa Romagna - In Bassa Romagna lo sappiamo bene: collaborazione, condivisione e partecipazione sono fattori importanti. Siamo un territorio capace di fare rete, e il nostro obiettivo è proprio questo: tenere sempre a mente che stiamo parlando di donne che stanno male e che devono essere prese in carico nella loro complessività". "Vogliamo allargare i nostri orizzonti in un'ottica culturale, confrontandoci quotidianamente tra di noi - aggiunge Cinzia Gatta, assessora alle Pari opportunità del Comune di Faenza con delega alle Pari opportunità per l’unione della Romagna Faentina - Quello di oggi non è solo un punto di arrivo, ma anche un punto di partenza, perchè questa è una lotta che non finisce mai".

Il protocollo: come funziona

Il documento si prefigge quindi la costruzione di una rete fra i tre centri antiviolenza per un’ospitalità gratuita nelle proprie case rifugio rivolte a donne che sono costrette a uscire dal territorio di residenza e devono essere garantite nella segretezza del luogo di protezione. L’azione si articola in linee operative intese alla valutazione in equipe da parte degli addetti di ogni singolo progetto di ospitalità di donne prima dell’inserimento in casa rifugio e dopo l’eventuale messa in protezione nei casi di emergenza/urgenza. Nei casi di coinvolgimento di minori, il progetto per la tutela di madre e figlio dovrà essere valutato con i professionisti della neuropsichiatria infantile dell’Ausl al fine di esaminare la complessità del caso e garantire un’appropriata assegnazione. La disponibilità agli inserimenti nelle case rifugio in questione potrà essere attuata solo in caso di posti liberi e l’ospitalità gratuita, al di fuori dei propri territori di riferimento, e non potrà superare i 12 mesi, al termine dei quali i servizi di provenienza dovranno provvedere al pagamento della retta. Tra gli altri interventi operativi figurano la definizione di un progetto fatto in accordo, prima dell’inserimento, tra i servizi sociali del territorio di provenienza e quelli del territorio della casa rifugio ospitante, per facilitare la permanenza delle donne con figli minori, in particolare se le persone accolte dovessero permanere per più di un anno nonchè l’erogazione, da parte del servizio di residenza e quindi di provenienza, delle risorse necessarie per eventuali sostegni economici (pasti nelle scuole per eventuali figli, rette centri estivi, corsi sportivi, trasporti scolastici, ecc.) e per la partecipazione a incontri protetti/valutativi presso i servizi socio-sanitari (rimborso costi accompagnatore, spese mediche, ecc.). Tra gli impegni assunti quello delle operatrici e dei responsabili coinvolti di incontrarsi almeno ogni tre mesi per valutare l’efficacia dell’accordo e analizzare eventuali elementi di criticità che richiedano la ridefinizione delle linee operative, dal momento che il protocollo è una prima forma sperimentale di collaborazione tra i soggetti coinvolti.

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