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Dall'Antica Roma al terzo millennio: il mito eterno dei Lom a Merz

Un rito che ci accompagna fin dall'antichità. Perché si celebrano i "Lumi di marzo" e quando ebbe inizio questa tradizione millenaria?

Ogni territorio ha i suoi miti e le sue tradizioni e anche la Romagna non è da meno. Così come avviene per l'Epifania e i cosiddetti giorni della merla, esistono tante usanze e credenze legate a certi periodi dell'anno. E' il caso dei Lom a Merz, i "Lumi di marzo" che vengono ancora oggi celebrati negli ultimi tre giorni di febbraio e nei primi tre di marzo, un rito antichissimo e pagano che combina folklore, agricoltura e un pizzico di magia.

Una tradizione millenaria

Secondo gli esperti del folklore romagnolo, la tradizione sarebbe antichissima e deriverebbe direttamente dall'epoca romana. Infatti, circa 2500 anni fa, la prima luna piena del mese di marzo (dedicato al dio Marte) segnava l'inizio del nuovo anno, anno che a quei tempi era formato da soli dieci mesi. Quei giorni tra la fine e l'inizio dell'anno erano quindi ritenuto un periodo cruciale. Non a caso, ancora oggi, esistono vari riti e scongiuri legati all'anno nuovo.

Insomma il fatto che ancora oggi si festeggi tra febbraio e marzo ci indica quanto pagana sia l'usanza dei Lom a Merz. I lumi, infatti, non sono altro che falò (la fugarena) accesi in onore della dea Cerere, la dea latina della terra e della fertilità. Cerere veniva così omaggiata dalla popolazione in cambio di una annata prolifica per le coltivazioni.

Il rito propiziatorio

Nonostante i tantissimi anni trascorsi dalla fine dell'impero romano, la tradizione dei Lom a Merz ha mantenuto del tempo il suo valore propiziatorio. Tanto è che nel passato recente i contadini romagnoli continuavano ancora a radunarsi nelle aie, attorno al fuoco, per cantare, danzare, bere del buon vino e divertirsi.

Per fare il falò si utilizzavano di solito sterpi e tralci della potatura che venivano poi bruciati nei campi per allontanare la malasorte e sperare in una stagione propizia. I Lom a Merz contribuivano quindi a dare il benvenuto al nuovo anno dell'agricoltura scacciando il freddo dell’inverno. Da qui il nome dei Lom a Merz che servivano a illuminare il mese di marzo, anticamera della primavera.

I Lom a Merz nel terzo millennio

Ancora oggi si continuano a festeggiare i Lom a Merz. Certo, nel corso del tempo si è persa un po' la ritualità pagana e i Lumi di marzo costituiscono più che altro un'occasione per recuperare le tradizioni di una volta e per divertirsi in compagnia. Ma sono ancora i territori di campagna a fare da "motore" per queste celebrazioni rituali.

Rimane la tradizione del falò, simbolo del Lom a Merz, così come l'usanza di far trebbo nelle aie e case di campagna, magari accompagnati da musiche, stuzzichini e un bicchier di vino. Per la gente di città invece rimane un'opportunità per vivere l'atmosfera di un mondo antico, dimenticato e per alcuni sconosciuto, distraendosi per un attimo dagli stress quotidiani. E in questo modo si può dire che i Lom a Merz mantengano ancor oggi la propria funzione benefica.

Filastrocca o invocazione?

In occasione dei Lom a Merz era anche diffusa la tradizione di cantare assieme, attorno al falò, una filastrocca. Una cantilena dal sapore molto antico che potrebbe essere stata anche un'invocazione rivolta alla luna (e così torniamo ancora una volta alla cultura pagana) in cambio di un raccolto abbondante. La canzonetta, pur con delle differenze fra un territorio e l'altro faceva più o meno così:

Lom, lom a Merz,
Una spiga faza un berch;
Un berch una barchetta, 
Una spiga una maletta; 
Un berch un barcarol, 
Una spiga tre quartarol.

La potremmo quindi tradurre:
 
Lume a marzo, lume a marzo,
una spiga faccia una bica (mucchio di covoni di grano),
una bica una bichetta,
una spiga un quartarolo (un'antica unità di misura),
una bica una bichetta,
una spiga tre quartaroli.

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