Cronaca

'Black Monkey', cade l'accusa di associazione mafiosa: condanna scontata per Femia

Revocati anche i risarcimenti disposti per le parti civili, tra cui il giornalista Giovanni Tizian, che era in aula, la Regione Emilia-Romagna, alcuni Comuni e l'associazione Libera

Cade in appello l'accusa di associazione mafiosa per gli imputati del processo 'Black Monkey' a cui era stata contestata. L'accusa è stata riqualificata in associazione a delinquere. Il collegio della Corte di Appello di Bologna, infatti, martedì ha accordato agli imputati principali, primo fra tutti il lughese d'adozione Nicola Femia, accusato di essere a capo di un'organizzazione che faceva profitti con le slot machine truccate e il gioco d'azzardo web illegale, sconti di pena: per Femia, ritenuto vicino alle 'ndrine calabresi, la pena scende da 26 anni e 10 mesi (in primo grado) a 16 anni. Revocati anche i risarcimenti disposti per le parti civili, tra cui il giornalista Giovanni Tizian, che era in aula, la Regione Emilia-Romagna, alcuni Comuni e l'associazione Libera.

Per quanto riguarda gli altri imputati che avevano ricevuto le pene più pesanti, per il genero di Femia, Giannalberto Campagna, la condanna è scesa dai 12 anni e due mesi comminati in primo grado ai sette anni decisi dai giudici d'appello. Anche Domenico Cagliuso ha ottenuto uno 'sconto', da 15 a 10 anni (a cui si affianca una pena pecuniaria di 2.500 euro). Più che dimezzata, da nove a quattro anni, anche la pena per Rosario Romeo, all'epoca dei fatti ispettore della Squadra mobile di Reggio Calabria e accusato di essere una 'talpa' di Femia e di altri imputati. Anche Valentino Trifilio, condannato in primo grado a otto anni e nove mesi, in appello si è visto comminare una pena di quattro anni, oltre a 1.530 euro. Sconto di pena più lieve, da quattro a tre anni e 1.500 euro, per Massimiliano Colangelo.

Altri quattro imputati sono stati assolti, due "perchè il fatto non costituisce reato" e altrettanti "perchè il fatto non sussiste", mentre un'altra è stata salvata dalla prescrizione. Prescrizione che ha fatto saltare tutta una serie di capi di imputazione, anche per Femia e i figli e per Campagna, mentre lo stesso Femia e altri quattro imputati sono stati assolti da parte delle accuse, o "perchè il fatto non sussiste" o "per non aver commesso il fatto". Sempre Femia e i figli, assieme a Campagna, Cagliuso e altro sei imputati, dovranno rifondere complessivamente 16.000 euro all'Avvocatura dello Stato. 

Le reazioni

"Sono deluso, ma un po' ce l'aspettavamo, perchè questo è il clima, come si è visto con Mafia Capitale. Il problema, a questo punto, è capire cosa è mafia e cosa non lo è: ce lo spieghino, così potremo capirlo meglio tutti". Questo il commento, come riporta l'agenzia Dire, del giornalista Giovanni Tizian alla sentenza d'appello del processo. E pur precisando che sarà necessario leggere le motivazioni per capire su quali basi si fondi la sentenza odierna Tizian, che nel processo è parte civile in quanto vittima di minacce da parte di Femia e di un altro imputato - e che si è visto revocare il risarcimento da 50.000 euro deciso dai giudici di primo grado - annuncia che "ovviamente faremo ricorso in Cassazione, e credo che lo farà anche la Procura generale". In ogni caso, sottolinea il cronista, "resta la gravità" del fatto che dal processo è emersa "un'associazione che sicuramente ha a che fare con organizzazioni mafiose, c'è poco da fare". Non a caso, evidenzia, anche se "le pene sono state ridotte, i 16 anni inflitti a Nicola Femia per associazione a delinquere semplice non sono pochi. Detto questo - conclude - restano i personaggi che abbiamo visto durante l'inchiesta, quindi personaggi legati ai clan calabresi che però per la Corte d'appello, evidentemente, non sono 'ndrangheta".

"La sentenza della corte di appello di ieri di Bologna ribalta l’esito processuale di “Black Monkey”: ha vinto probabilmente la linea e la strategia difensiva degli imputati volta a dimostrare l’assenza di una associazione mafiosa in Romagna accentrando grandi responsabilità sul vecchio “Rocco” per salvaguardare le nuove leve di famiglia - commentano dall'associazione 'La Banda', che gestisce il sito 'Mafie sotto casa' - In questi mesi siamo sempre stati cauti sul suo “pentimento” (termine che sarebbe da abolire) proprio perché dai suoi racconti non era emerso nulla di nuovo sui fatti recenti. E la sua collaborazione partiva, dal suo punto di vista, da un fatto chiaro: a quindici anni il primo omicidio, uomo di fiducia dei Mazzaferro, ma mai entrato ufficialmente in quella ‘ndrina, cioè mai stato un “maffioso” come direbbe lui. Ma queste sono ipotesi a caldo di chi, come noi, da anni segue il tema. Saranno poi le motivazioni della sentenza di martedì a chiarire cosa non si è riusciti a dimostrare in sede processuale per confermare il 416bis. Resta una sentenza che dimostra chiaramente una cosa: dimostrare, fino alla sentenza di Cassazione, l’esistenza di un gruppo mafioso attivo in Regione è fatto più unico che raro. Restano però anche i fatti: la famiglia Femia e combriccola non operava come associazione mafiosa, ma come associazione semplice, ed è stato riconosciuto il metodo mafioso. E da lì è necessario ripartire, dallo stesso racconto delle problematiche connesse al settore del gioco d’azzardo, settore sempre in crescita. Sappiamo che parlare di mafia, e anche di azzardo, non è più di moda. Ecco, se c’è una cosa che potrebbe spaesare più della sentenza, sarebbe sentire un timoroso silenzio sul tema da parte di associazioni e istituzioni. Questo sì, sarebbe grave e un salto indietro di 10 anni".

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