Lotta al Coronavirus negli ospedali romagnoli: "Attivati 50 studi, ci sono buone speranze"

Ilaria Panzini, responsabile della ricerca clinica e organizzata per Ausl Romagna, fa il punto sulle ricerche in corso, tra farmaci e diagnostica

La lotta al Coronavirus procede senza sosta e l’Ausl Romagna sta portando avanti importanti progetti di ricerca negli ospedali principali delle province. “Sono stati attivati una cinquantina di studi e in questo momento il discorso della ricerca è fondamentale”, spiega Ilaria Panzini, responsabile della ricerca clinica e organizzata per Ausl Romagna. Milanese d'origine, ma romagnola - per la precisione riminese - d'adozione ormai da molti anni, Panzini ripercorre i mesi più difficile nella battaglia contro il virus e fa il punto sulle nuove speranze per il futuro, grazie al lavoro della ricerca. “Quando ci si trova ad affrontare un problema inedito, la ricerca dà una base scientifica - spiega la professionista - Questa è una malattia che non si conosceva. Partecipare a degli studi significa agire in sicurezza perché sono ricerche approvate da comitati etici. Prendere parte ai progetti significa mettere insieme le forze e capire più velocemente. La ricerca dà un criterio”.

Come è cambiata in questi mesi la vostra percezione del virus?
Sono stati fatti grossi passi in avanti e si è conosciuta la malattia, quelli che abbiamo sono dati oggettivi. Stiamo andando avanti in maniera strutturata. Come Ausl Romagna abbiamo attivato appunto una cinquantina di studi, tutti approvati dal Comitato etico romagnolo. C’è una forte collaborazione tra Comitato etico e i medici, con sedute straordinarie per fare il punto sui risultati di ciò che viene fatto nei nostri ospedali: mi riferiscono alle province di Rimini, Forlì-Cesena e Ravenna.

I  risultati della sperimentazione sul farmaco Tocilizumab non hanno però dato i risultati sperati. Come avete letto questo esito?
Il risultato comunicato alcuni giorni fa si riferisce allo studio dell’Ausl di Reggio Emilia, noi abbiamo partecipato allo studio nazionale con l’Istituto tumori di Napoli. Come Ausl Romagna abbiamo trattato 165 pazienti nei nostri ospedali. Abbiamo raccolto i dati e attendiamo l’esito. Lo studio di Reggio ha dimostrato che non c’è stato miglioramento su pazienti trattati con questo farmaco rispetto al trattamento standard.

C’è anche lo studio con il Canakinumab, ci sono risultati?
Abbiamo appena mandato alla rivista internazionale The Lancet lo studio romagnolo su 88 pazienti, curati nei 4 principali ospedali. Siamo in attesa dei risultati, i dati erano abbastanza promettenti. Invece non abbiamo ancora novità rispetto all’eparina. Stiamo inoltre lavorando sui cortisonici e fanno ben sperare. Ci sono altri studi importanti che stiamo facendo sulla diagnosi con la nostra microbiologia a Pievesestina guidata dal professor Sambri. Stiamo migliorando sempre di più la parte diagnostica e si stanno mettendo a punto nuove tecniche all’avanguardia, oltre dieci studi sono in questa direzione: possono essere tamponi, test sierologici o sulla saliva. Ad esempio, su Rimini stiamo analizzando i risultati dei test sierologici per capire la percentuale della popolazione positiva.

Ci sono anche studi psicologici sugli effetti del Covid?
Sì, e abbiamo anche un programma di psico counseling a pazienti e familiari, con assistenza al telefono. Il problema di questa malattia era anche la solitudine delle persone. I pazienti erano soli, non potevano essere accompagnati, è stato devastante. I medici e gli infermieri sono diventati loro amici e sono stati attivati anche numeri di telefono per le chiamate a casa. L’ospedale di Rimini, che inizialmente è stato il più colpito dall’infezione, si è trasformato completamente e ha creato dal nulla counseling e supporto.

Cosa l’ha colpita di più?
Tutti hanno lavorato per quella causa, dall’apparato amministrativo a quello sanitario, tutti in quella direzione.

Come è organizzata la ricerca a Rimini?
Siamo diverse figure professionali e ho un gruppo di 14 ricercatori a supporto. Nel team ci sono molti giovani che aiutano per fare sì che medici e infermieri possano affrontare in maniera corretta la ricerca.

ilaria panzini - ricerca ausl - collaboratore Luca Santini-2Siete una sorta di centrale operativa…
Esatto. Ad esempio, se un medico vuole sperimentare un farmaco, noi troviamo lo studio. Si devono unire le forze per fare andare avanti le idee. E’ questa la forza del sistema sanitario nazionale e la ricerca si fa dal letto del paziente. Siamo ricercatori che devono portare nella pratica clinica i risultati velocemente al paziente. Partecipiamo allo studio per dare nuove possibilità al paziente.

Come ha vissuto i momenti più bui dell’epidemia?
All’inizio non volevo crederci. Ne abbiamo viste di Sars-ebola in passato, ma a marzo e aprile è stato veramente difficile.

Crede sia possibile che arrivi presto il vaccino?
Deve essere frutto di studio e in questo momento sono portati avanti con grande impegno. C’è chi parla di autunno o primavera, speriamo e nel frattempo continuiamo a studiare.

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